17 ottobre 2008 / 10:26 / tra 9 anni

Crisi finanziaria potrebbe penalizzare stampa economica-analisti

di Robert MacMillan

NEW YORK, 17 ottobre (Reuters) - La crisi finanziaria ha dato per ora alla stampa economica un‘occasione senza precedenti di raccogliere nuovo pubblico, galvanizzato dalla frenesia di avere notizie sui mercati momento per momento. Ma il futuro potrebbe essere meno roseo.

Pubblicazioni economiche siti, quotidiani e televisioni sono infatti sotto la spada di Damocle di entrate pubblicitarie che non promettono nulla di buono, mentre gli abbonati (non solo le banche) si ingegnano a trovare ogni modo per tagliare i loro costi. Senza contare l‘inevitabile l‘effetto abitudine sulle notizie dal fronte delle borse.

“Sono molto preoccupato dal calo di pagine pubblicitarie, francamente” ammette Paul Rossi, direttore generale ed executive vice president di The Economist Group. “Temo che la stagione natalizia sarà un disastro e che il primo trimestre 2009 è quello in preparazione del quale bisogna coprirsi la testa”.

Le cattive notizie che la gente può assorbire hanno un limite, una volta che si son persi un bel po’ di soldi: all‘inizio è come una droga, ma con l‘andare del tempo le continue perdite rendono la lettura sempre meno invitante.

Questo è almeno quel che era accaduto nel 2000-2001 con il crollo delle “dotcom”. Ai tempi dei miliardari 21enni e della insensata salita delle società Internet, anche il barbiere teneva la CNBC accesa.

Poi le cose sono cambiate e basta pensare, nel caso Usa, a periodici tech che diventarono enormemente popolari come Red Herring o Industry Standard - entrambi morti dopo lo sboom ma poi riaperti con discreto successo.

”La domanda è, fino a quanto si tiene dopo i crolli improvvisi”” si domanda Rossi. Dopo le Torri (nel settembre 2001) “abbiamo tenuto al 50-60%”.

Per adesso il quadro però mostra salite spettacolari: The Economist, con entrate al 50% circa legate alla pubblicità, mostra vendite in edicola in rialzo del 20-25% sullo scorso anno, secondo un portavoce dell‘editore.

In casa Pearson (PSON.L) le vendite nelle edicole Usa del Financial Times, in ottobre, sono calcolate in rialzo del 30%. Il Wall Street Journal della News Corp NWSa.N parla di vendite +20% nelle ultime settimane, mentre il sito del quotidiano ha visto il 137% in più di visitatori, a 24,5 milioni. E si tratta di cifre che arrivano in un momento di calo generale delle vendite e dei lettori per la stampa in generale.

Lo stesso accade ai network tv: l‘audience media oraria di CNBC nelle fasi di mercato aperto è raddoppiata a 648.000 unità da 338.000 nelle quattro settimane prima del 15 settembre, anche se il trend era in rialzo anche prima.

I siti web servono inoltre a fare un po’ traino promozionale al prodotto stampato tradizionale: così la lattura gratuita sul web porta potenziali abbonati, per Vivek Shah, presidente del Fortune|Money Group nella galassia Time Warner (TWX.N). “Nel mese iniziale della crisi vera, le richieste per Fortune sono salite del 61%, Money sale del 34”.

“Tutto questo movimento resterà? No” confessa il direttore esecutivo di washingtonpost.com Jim Brady. “Ma alla domanda se torneremo ai livelli più bassi del pre-crisi la risposta è uguale, No”.

La bestia nera restano gli inserzionisti. Un report di Wachovia Securities diffuso in ottobre vede per il 2009 un meno 2% della pubblicità sui periodici e quasi il 10% di discesa per le inserzioni dei quotidiani, ma un po’ di pubblicità bisognerà pur comprarla, sostiene John McCann, vice president per la pubblicità di Fox Business Network (News Corp).

“Tra i big della finanza, chi sopravvive deve proteggere la sua quota di mercato. Non si possono permettere di non parlare” dice. Ma certo ci sarà prudenza, secondo Jim Spanfeller, president e AD di Forbes.com. “Non è il momento i cui si guadagnino fortune. La maggior parte (degli inserzionisti) aspetterà finchè il mercato si sarà assestato”.

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