4 ottobre 2013 / 14:52 / 4 anni fa

Banche, bisogni capitale stimolano riflessioni intervento stato-F.Rosselli

MILANO, 4 ottobre (Reuters) - Le banche italiane avranno presto bisogno di nuovo capitale per circa 9 miliardi di euro, una cifra che, viste le difficoltà del sistema economico del paese, dovrebbe portare a considerare molto seriamente un intervento pubblico.

E’ l‘opinione di Giampio Bracchi che anche quest‘anno ha firmato con Donato Masciandaro il rapporto della Fondazione Rosselli sul sistema finanziario italiano, giunto alla diciottesima edizione.

“Non è più vero come in passato che tutte le banche si stanno muovendo all‘unisono. Ci sono quelle che dovranno chiedere soldi”, ha premesso Bracchi, aggiungendo che, dai 30 miliardi del 2010, le stime di fabbisogno sono oggi scese sui 9 miliardi e ci sono già in lista d‘attesa aumenti di capitale per 5 miliardi. Guardando alla situazione italiana “probabilmente un intervento pubblico andrà considerato molto seriamente”.

Intervento che, anche considerando Monte dei Paschi , finora è stato in Italia ben inferiore a quel che è accaduto in Europa: se in Italia siamo fermi allo 0,3% del Pil, la percentuale sale a 1,8% in Germania, 4,3% in Belgio, 5,1% paesi Bassi, 5,5% in Spagna e addirittura 40% in Irlanda.

Masciandaro ha comunque aggiunto che non si aspetta sorprese negative dagli stress test, in programma per il prossimo anno, considerati i criteri più stringenti cui devono attenersi le banche italiane. Ma la visione su stress test e asset review resta critica.

“Sarà fondamentale non ripetere gli errori dell‘Eba che sugli ultimi stress test ha sbagliato non coordinandosi con la Bce, peggiorando la situazione anziché migliorarla”, ha detto.

CRISI BANCHE ITALIA STRUTTURALE, SOLO ESARCERBATA DA CRISI

Il rapporto analizza i consueti mali del sistema bancario italiano che sono stati esarcebati dalla crisi economica ma hanno una matrice strutturale, hanno detto gli autori del rapporto. I margini si sono ridotti a causa del calo dei ricavi non bilanciato da una sufficiente riduzione dei costi. E gli accantonamenti a fronte di sofferenze o crediti incagliati, dovuti alla prolungata recessione, contribuiscono a deprimere i bilanci.

“Il calo dei ricavi non si è accompagnato a una caduta dei costi. Occorre che si riveda la struttura dei costi altrimenti la stabilità del sistema rischia di essere messa in discussione”, ha spiegato Masciandaro.

L‘Italia paga, rispetto al resto del mondo, la maggiore incidenza della banca commerciale territoriale sull‘intero sistema. “Nel mondo la banca commerciale pesa per il 20%, il resto riguarda i mercati finanziari”, ha detto.

Peraltro le recenti necessità in termini di patrimonio hanno portato le banche in maggiori difficoltà a vendere le attività a maggior valore aggiunto - asset management, bancassurance, private banking - per migliorare i ratio. Così facendo hanno impoverito le fonti di ricavo mettendo ancora più a rischio le possibilità di risalita.

Difficile individuare la strada per la ripresa. Poco praticabile un recupero dei ricavi “che possono crescere per un‘azione sui prezzi o sui volumi”, ipotesi entrambe poco realistiche. Resta dunque la leva dei costi, per Masciandaro. Sono possibili azioni sul numero degli sportelli, il personale, la digitalizzazione dei processi interni. “Anche la dimensione entra in gioco più che in passato”, ha detto Masciandaro. Senza dimenticare, ha aggiunto il chief economist di Intesa Sanpaolo Gregorio de Felice, che le banche hanno già fatto un grande sforzo. “Il numero delle filiali è sceso di 1.300 in tre anni e i dipendenti sono calati di 30.000 unità su 320.000 totali, quindi poco meno del 10%”.

Non poteva mancare infine una battuta sulla possibile rivalutazione delle quote di Banca d‘Italia in portafoglio alle banche, utile per gli istituti a colmare l‘eventuale gap patrimoniale che dovesse emergere dai prossimi stress test.

“E’ un problema vero”, visto che fino ad oggi ciascun istituto le ha contabilizzate con criteri diversi, ha detto Bracchi. “E’ qualcosa che vale molto ma non dà dividendo e non è facilmente vendibile”. Più drastico Masciandaro che lo definisce “un esercizio di finanza creativa”.

di Paola Arosio e Gianluca Semeraro

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