6 giugno 2012 / 08:49 / tra 6 anni

Manifattura, Italia scende a ottavo posto, segnali positivi

di Antonella Cinelli

Un operaio a lavoro. REUTERS/Yoko Kubota

ROMA (Reuters) - L‘Italia ha perso tre posizioni tra 2007 e 2011 nella classifica mondiale della produzione manifatturiera, passando dal quinto all‘ottavo posto, ma non è una realtà immobile: la specializzazione si sposta dalla moda ai prodotti con maggiore intensità tecnologica ed è in atto un riposizionamento sui mercati esteri verso i paesi emergenti non Ue.

E’ quanto emerge dalla Relazione sugli scenari industriali del Centro studi Confindustria.

La quota dell‘Italia nella produzione manifatturiera globale - il cui baricentro si sposta sempre più rapidamente verso i paesi emergenti - è passata dal 4,5% al 3,3%.

“Smentiamo la tesi secondo cui il sistema italiano è immobile, una specie di convitato di pietra nello scenario competitivo mondiale”, dice però Luca Paolazzi, direttore del Centro Studi Confindustria.

Emerge dalla relazione, ad esempio, che in questi anni è cambiata la specializzazione merceologica dell‘Italia: i beni legati alla moda sono passati dal 21,5% dell‘export nel 1991 al 13,9% nel 2011, mentre i prodotti con maggiore intensità tecnologica ed economie di scala sono saliti dal 60,8% al 66,9%.

La relazione rileva inoltre che nell‘export italiano l‘Ue è scesa dal 61,4% nel 2000 al 55,6% nel 2011, mentre i paesi emergenti non Ue sono saliti dal 21,3% al 29,3%, un dato positivo benché il livello di internazionalizzazione resti ancora inadeguato.

C‘è poi un 16% di imprese che tra il 2000-2010, anche durante la crisi, ha continuato a crescere, contro un 13% (salito al 18% durante la crisi) che ha registrato una contrazione.

Pur alle prese con recessione, credit crunch e bassa redditività, l‘Italia resta primo produttore mondiale nei settori tessile, abbigliamento, cuoio-pelletteria-calzature, e seconda dietro alla Germania nella meccanica non elettronica, nei prodotti manufatti di base e prodotti diversi. Ha perso invece il secondo posto nel settore della meccanica elettrica ed elettrodomestici.

Aumenta, tuttavia, il dualismo tra il 25-30% di imprese che puntano allo sviluppo e il 40% che invece non riescono a reggere le sfide della competitività e scelgono il “downgrading”, un ridimensionamento per non sparire dal mercato.

SQUINZI: CRESCITA SIA STELLA POLARE, NO AUMENTO IVA

Per il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, la “stella polare” dev‘essere la crescita, anche attraverso il rilancio della domanda interna, strettamente intrecciata alle performance del settore manifatturiero italiano.

In quest‘ottica, Squinzi si augura un alleggerimento del carico fiscale sulle imprese e sui redditi personali più bassi, e auspica che non ci sia un incremento delle aliquote Iva: “Dovremmo pensare a qualcosa di diverso”, dice, per non deprimere ulteriormente i consumi interni.

Lancia poi l‘allarme sull‘incertezza dell‘ammontare dell‘Imu, “che sta veramente terrorizzando le famiglie e frenando gli investimenti”.

Altro tema sensibile per Squinzi resta il “circolo vizioso che toglie ossigeno alle imprese” costituito dal sommarsi del credit crunch - “è gravissimo” - e dei ritardi di pagamento da parte della pubblica amministrazione, che nel primo semestre dell‘anno sono arrivati a 180 giorni dai 128 nel 2009, al contrario - rileva la Relazione del Csc - di quanto è avvenuto in altri Paesi.

Squinzi si dice poi “terrorizzato” dal risultato delle prossime elezioni in Grecia, che potrebbero segnare l‘uscita di Atene dall‘euro: “Un‘uscita scatenerebbe la speculazione finanziaria di cui in Italia saremmo uno dei primi obiettivi, se non il primo”.

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