29 luglio 2011 / 05:53 / 6 anni fa

Tremonti ammette errori su casa, vuole restare ministro

di Giselda Vagnoni

<p>Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti in foto d'archivio. REUTERS/Tony Gentile</p>

ROMA (Reuters) - Il ministro dell‘Economia Giulio Tremonti ammette di aver compiuto degli errori nella vicenda della casa resa a lui disponibile da un ex consigliere indagato per corruzione, ma respinge ogni ipotesi di illecito.

In una serie di interventi sulla carta stampata e alla televisione, Tremonti dà, per la prima volta, la sua versione sull‘appartamento di Marco Milanese utilizzato fino a inizio luglio e spazza via l‘idea che intenda lasciare il posto di ministro.

“Vorrei continuare a farlo, credo anche, per quanto posso, nell‘interesse del mio Paese”, ha detto intervistato nel programma televisivo Uno Mattina di RaiUno.

Al centro dei commenti di Tremonti è, però, la vicenda della casa in via Campo di Marzio di Milanese, deputato del Pdl e braccio destro del ministro, per il quale i magistrati di Napoli hanno chiesto l‘arresto con l‘ipotesi di corruzione, rivelazione di segreto d‘ufficio e associazione a delinquere nell‘ambito di una indagine su una assicurazione.

Milanese ha riferito ai giudici di aver ricevuto, in contanti, mille euro la settimana da Tremonti per l‘uso dell‘appartamento da lui preso in affitto a 8.500 euro al mese dal Pio Sodalizio dei Piceni.

“Ho commesso illeciti? Per quanto mi riguarda, sicuramente no. Ho fatto errori? Sì, certamente. In primo luogo, se qualcosa posso rimproverarmi, vi è il fatto di non aver lasciato prima l‘immobile”, ha scritto il ministro in una lettera al Corriere della Sera che intende rispondere all‘editoriale di ieri di Sergio Romano intitolato “Quel che Tremonti non ha detto”.

Romano, così come altri commentatori ed esponenti dell‘opposizione, si è chiesto se sia stato opportuno pagare cash per l‘uso di un‘abitazione da parte di chi dovrebbe essere il garante della correttezza fiscale.

“Nessun nero e nessuna ‘irregolarità'”, spiega Tremonti. “Trattandosi di questo tipo di rapporto tra privati cittadini non era infatti dovuta l‘emissione di fattura o vietata la forma di pagamento”.

IN CASERMA O IN ALBERGO NON MI SENTIVO TRANQUILLO

Tremonti non è amato all‘interno del governo per la politica del rigore che ha finora perseguito nonostante gli appuntamenti elettorali e per questioni di carattere.

Recentemente il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi lo ha accusato di sentirsi sempre il più intelligente e di considerare gli altri tutti scemi.

Titolare di uno degli studi tributari più importanti d‘Italia, è anche noto per la frugalità e lo stile di vita spartano. Al contrario, Milanese emerge dall‘inchiesta come persona amante dei lussi e della bella vita.

“Per uno come me scusarsi è una cosa che... però, devo dire: se ho fatto degli errori, l‘unica scusante che ho è che lavoro un sacco”, ha detto oggi in tv.

“Però non ho bisogno di illeciti favori, di fregare i soldi agli italiani. Non ho casa a Roma, non me ne frega niente. Devo dire poi che non ho particolare vita da salotti, di poteri, di appalti”, ha aggiunto.

Alla domanda per quali ragioni, nel febbraio 2009, decise dunque di traslocare nell‘appartamento offerto da Milanese dopo anni trascorsi in caserma o albergo, il ministro risponde in una conversazione con Massimo Giannini di Repubblica: “La verità è che, da un certo momento in poi, in albergo o in caserma non ero più tranquillo. Mi sentivo spiato, controllato, in qualche caso persino pedinato”.

Il ministro non va oltre ma, secondo Repubblica, Tremonti temeva attacchi politico-mediatici dall‘interno del suo partito e in particolare dal capo del governo e proprietario di Fininvest.

Per Giannini, il ministro era stato innervosito anche dal rapporto tra Berlusconi e Michele Adinolfi, ex Capo di Stato maggiore e da ieri generale di divisione della Guardia di Finanza, come dice il comunicato di palazzo Chigi, “su proposta del ministro dell‘Economia e delle finanze”.

Milanese, ex ufficiale della Guardia di Finanza, è uno degli accusatori di Adinolfi nell‘inchiesta della procura di Napoli su una presunta associazione a delinquere (P4) che avrebbe interferito nelle attività di organi costituzionali, sospettata di avere acquisito informazioni riservate su procedimenti penali in corso per proteggere amici inquisiti ad eludere le indagini.

Inoltre, il gruppo avrebbe ottenuto notizie sensibili su esponenti di vertice delle istituzioni per infangarle e ricattarle.

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