12 maggio 2011 / 14:01 / 6 anni fa

Derivati Comuni, Gdf sequestra 17 milioni a Bnl

MILANO (Reuters) - La Guardia di finanza di Messina ha effettuato un sequestro preventivo per oltre 17 milioni di euro nei confronti della Banca nazionale del lavoro per l‘ipotesi di truffa aggravata ai danni dei Comuni di Messina e Taormina.

<p>Derivati Comuni, Gdf sequestra 17 milioni a Bnl. REUTERS/Alessandro Bianchi</p>

Secondo le Fiamme gialle, l‘accusa è quella di truffa aggravata - già contestata lo scorso anno a diversi funzionari dell‘istituto nel periodo 2002/2007 - che coinvolge anche la banca per la legge 231 sulla responsabilità amministrativa delle società e degli enti. La legge 231 impone che ci sia una modello organizzativo e di compliance tale da evitare ragionevolmente i rischi di comportamenti illeciti dei proprio dirigenti.

Bnl - che ha annunciato in una nota che impugnerà il provvedimento con richiesta di riesame al Tribunale di Messina - ha detto di ritenere “il provvedimento infondato e basato su una serie di fraintendimenti normativi e concettuali che saranno chiariti nelle sedi giudiziarie competenti”. La banca ha aggiunto di confidare nell‘esito positivo della vicenda, confermando la correttezza dell‘operato dei propri dipendenti.

Secondo gli inquirenti, la somma “congelata” dal gip come presunto profitto illecito per la Bnl a danno delle due amministrazioni locali è rappresentata dai costi occultati ai Comuni per un importo complessivo di 17.068.589 euro.

Dalle indagini, secondo la Finanza, è emerso il forte squilibrio informativo tra le parti protagoniste della sottoscrizione dei contratti.

“All‘elevato tecnicismo della materia (patrimonio dei soli funzionari della Bnl), si contrappone la conoscenza pressoché nulla della stessa da parte degli amministratori comunali, non supportata da informazioni adeguate sui prodotti finanziari proposti dall‘istituto di credito per il tramite dei propri funzionari, ed ecco quindi, in questo senso, il ‘raggiro’ con qualificati ‘artifizi’”, si legge nella nota.

Secondo l‘accusa quindi sarebbero venuti meno i presupposti previsti dalla normativa secondo cui gli strumenti derivati “dovevano essere improntati alla riduzione del costo finale dei debiti accesi ‘a tasso fisso’ e alla riduzione dell‘esposizione ai rischi del mercato. Non solo, ma la rimodulazione dei contratti, ove conveniente e prospettata come necessaria dai funzionari della Bnl, ha aggiunto alle perdite già sostenute dai comuni, dovute alla volubilità dei tassi d‘interesse, ulteriori costi e commissioni impliciti non manifestati. Di contro, le proposte di contratti di finanza derivata erano sinonimo di vantaggi economici immediati e risparmi futuri certi a spregio di eventuali rischi futuri ed occultamento dei costi e commissioni”.

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