15 febbraio 2011 / 13:20 / tra 7 anni

Marchionne: Fiat serve a Chrysler, Chrysler serve a Fiat

<p>L'amministratore delegato di Fiat e Chrysler Sergio Marchionne il 12 febbraio scorso a Palazzo Chigi a colloquio con il premier Silvio Berlusconi. REUTERS/Alessandro Bianchi</p>

di Alberto Sisto

ROMA (Reuters) - Fiat serve a Chrysler e Chrysler serve a Fiat. Chi avrà la governance alla fine non si sa, la scelta non è stata presa, e il gruppo italiano potrebbe avere un vantaggio se si realizzano talune condizioni.

E’ questo il refrain della relazione letta dall‘amministratore delegato dei due gruppi automobilistici Sergio Marchionne nel corso dell‘audizione alla commissione Attività produttive della Camera, dove non ha risparmiato duri giudizi sulla appetibilità economica del paese, qualche colpo a effetto e la spiegazione di taluni apparenti ritardi dell‘azienda.

“Quando anche Chrysler sarà quotata si porrà un problema di governance”, ha spiegato l‘ad della Fiat ai parlamentari.

“Fra gli elementi che prenderemo in considerazione ci sarà l‘agibilità dei mercati finanziari e le condizioni ambientali in favore del settore manufatturiero. Se queste condizioni ci saranno anche in Italia, il paese potrebbe avere un piccolo vantaggio. Fino a quel momento nessuno può dire che la Fiat vuole lasciare l‘Italia”.

Oggi, ha ripetuto più volte Marchionne, la Chrysler è di aiuto alla Fiat “perchè le permette di portare produzioni in Italia e le offre uno mercato per l‘Alfa Romeo il cui risanamento sarebbe impossibile senza lo sbocco sul mercato americano”.

E comunque una grande multinazionale non ha una sede unica: “Se il cuore della Fiat resterà a Torino, la testa deve essere in più posti”.

Marchionne ha spiegato altrettanto chiaramente che affinchè il rapporto fra il gruppo torinese e quello americano si risolva favorevolmente per la Fiat è necessario che si concretizzino alcune condizioni e il percorso è tutt‘altro che semplice.

Le condizioni di produttività in Italia sono distanti da quelle che un gruppo multinazionale può trovare in altri luoghi “anche se noi abbiamo scelto di provare a investire qui, ma solo a determinate condizioni. Ciò vuol dire assumersi la responsabilità di sanare quegli handicap produttivi che ci hanno fatto apparire inefficienti al confronto di altre nostre realtà all‘estero”, ha detto il manager.

In primo luogo che la produttività salga all‘80% dall‘attuale 40% consentendo al gruppo anche di aumentare i salari italiani al livello di quelli tedeschi e francesi. In secondo luogo che gli impegni presi vengano rispettati da tutti in modo da dare certezze a chi produce e anche ai fornitori che “Fiat deve convincere a venire a produrre in Italia”.

IN SECONDA META’ 2011 IN ARRIVO 7 NUOVI MODELLI

Forse, ha poi lasciato cadere, non tutti ricordano che io ho convinto “gli americani [General Motors] a pagare 2 miliardi per non prendersi Fiat” che era una società finita.

Ai parlamentari che gli hanno contestato lo scarso dinamismo sul mercato dell‘auto Marchionne ha rivendicato il lavoro fatto in una crisi epocale e in un mercato sconquassato dalle vicende finanziarie e dall‘abbandono delle politiche degli incentivi”.

“Nel 2009, lo dico con un po’ di presunzione, siamo stati i più bravi del mondo. Poi, nel 2010 davanti alla situazione di mercato abbiamo deciso di rinviare nel tempo l‘uscita dei nuovi modelli. Se non lo avessimo fatto, ora saremmo in condizioni disastrose”, ha spiegato.

Chi lo ha fatto come i francesi, ha punzecchiato, “c’è riuscito perchè ha avuto 8 miliardi di aiuti dal governo e non li ha ancora restituiti”.

I nuovi modelli “arriveranno nella seconda metà dell‘anno: 7 per la precisione e anche questa forse è una scelta troppo aggressiva vista la debolezza del mercato”.

Poi nella seconda metà del 2012 partiranno le produzioni di Mirafiori, di Jeep e Alfa Romeo, nel terzo o forse il quarto trimestre che non dovrebbero creare problemi: il mercato dei Suv in America assorbe 500.000 vetture all‘anno e con l‘Europa si arriva a 1 milione.

Intanto annuncia un timida ripresa sul mercato dei veicoli commerciali leggeri.

Poche novità per Cassino e Melfi “stabilimenti che producono vetture che sono ben accolte dal mercato”, ha detto Marchionne anche se più avanti “si dovrà fare un ragiomaneto strategico”, ma lascia intendere il manager senza particolari paure: “in Italia produrremo 1,45 milioni di vetture (1,650 milioni nel 2014) tolte le 530.000 che saranno prodotte a Pomigliano e Mirafiori le restanti andranno a Melfi e Cassino”.

Intanto stasera partiranno le trattative per lo stabilimento ex Bertone, ha annunciato, i cui dipendenti sono da anni in cassa integrazione. Ma Marchionne si aspetta l‘accettazione degli accordi di Mirafiori.

Un Marchionne determinato ma poco desideroso di colpi ad effetto contro il sindacato. Vero che durante l‘audizione ha lamentato il mancato rispetto di un accordo per una maggior numero di sabati lavorativi nello stabilimento Sevel in Abruzzo. Un vecchio accordo firmato da tutte le sigle ma riconfrmato solo da una. Ma alla provocazione del giornalista se sia colpa della Fiom, Marchionne ha detto “Non mi metta parole in bocca”.

Un profilo accomodante, ma non in vista di incontri con le controparti sindacali. Sollecitato sull‘appuntamento di cui si parla con i segretari di Cisl e Uil Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, il manager ha detto di essere in procinto di partire da Roma.

(Alberto Sisto)

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