20 marzo 2009 / 18:13 / 9 anni fa

Ue raddoppia fondi a Fmi ed Est, ma non risponde a Obama

di Paolo Biondi

BRUXELLES (Reuters) - Il Consiglio Ue di primavera, tradizionalmente dedicato ai temi economici, ha deciso di sostenere in ambito G20 il raddoppio delle risorse per il Fondo monetario internazionale, ha aumentato a 50 miliardi il fondo di sostegno ai Paesi dell‘Est esterni alla zona euro nonché definito la distribuzione dei 5 miliardi di euro per lo sviluppo di infrastrutture in campo energetico.

Per il resto i capi di Stato e di governo hanno smentito l‘esistenza di un piano di sostegno per i Paesi della zona euro che si trovassero in gravi difficoltà ed ha ignorato le sollecitazioni del presidente americano Barack Obama per un piano di incentivi fiscali più massiccio per far uscire le economie occidentali dalla crisi globale.

Secondo il presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi quello che viene dal Consiglio Ue di Bruxelles di ieri e oggi “è un forte messaggio di fiducia e di coesione”, che poggia sui circa 400 miliardi di euro messi in campo dai Paesi europei per il sostegno all‘economia contro la crisi.

Da parte sua il ministro dell‘Economia Giulio Tremonti sottolinea che bisogna saper selezionare gli interventi dei singoli Stati finora andati in aiuto al sistema bancario e quelli andati direttamente a sostegno dell‘economia reale e saluta l‘adesione europea alla richiesta del Fmi di raddoppiare la propria dotazione di risorse (dai 250 miliardi attuali a 500 miliardi di dollari) con 75 miliardi di euro (al cambio attuale, oltre 100 miliardi di dollari) come la nascita di quegli eurobond che lui sostiene da tempo.

In realtà la due giorni belga ha ancora una volta messo in luce nell‘Unione il prevalere dei veti incrociati e la scarsità di leadership reale, accentuata dalla debolezza della attuale presidenza ceca alla quale succederà a luglio la presidenza svedese che, considerate le tradizionali posizioni euroscettiche del Paese scandinavo, non lascia intravedere una guida più sicura.

Due giorni fa il Financial Times aveva puntato il dito contro la prudenza europea sostenendo che può rivelarsi un rischio per la tenuta stessa delle strutture comunitarie.

GERMANIA GUIDA RESISTENZA PAESI UE A RICHIESTE USA

In particolare la Germania, che non è riuscita a bloccare più di tanto il via libera alla ripartizione dei 5 miliardi per le infrastrutture sbriciolato in una miriade di iniziative (all‘Italia vanno 660 milioni per 6 opere infrastrutturali delle quali alcune di valore miliardario), si è fatta capofila delle obiezioni alla richiesta di Obama di dar vita a poderosi piani di incentivi fiscali. In questa seconda opera a dire il vero la Germania non ha dovuto faticare tanto nel trovare alleati.

Tutti si sono trovati d‘accordo nel tenere serrati i cordoni della borsa e fino alla notte vi è stata incertezza anche sulla richiesta della presidenza ceca di raddoppiare il fondo per i paesi dell‘Europa orientale, portandolo a 50 dagli attuali 25 miliardi, dei quali 6,5 sono già andati all‘Ungheria e 3,1 alla Lettonia.

Tremonti ha teorizzato la giustezza del cauto intervento italiano messo finora in campo con i vari decreti legge varati da ottobre ad oggi, definendolo “modulare, progressivo, appropriato”, seppellendo così ogni idea di un intervento massiccio e concentrato su settori specifici.

L‘Europa si presenta al G20 londinese dell‘1 e 2 aprile prossimi con un nutrito carnet di richieste normative: dalle norme sui paradisi fiscali sollecitate da Francia e Germania, a quelle sui global standard che l‘Italia continua a mettere al centro della sua presidenza del G8.

Per il resto si parla solo di coordinamento fra i vari Stati nelle misure di incentivi fiscali: un po’ poco per un‘amministrazione americana che ha messo al centro dei suoi primi mesi di attività pesanti interventi fiscali ed una serrata trattativa con la Cina sulla gestione del debito e la circolazione dei capitali.

Ma, come ha detto Berlusconi, per gli Usa si tratta di un obbligo, visto che la malattia con la quale hanno contagiato il mondo è “un‘influenza americana”, mentre da noi si tratta di capire solo la portata degli “effetti collaterali”.

Sempre che tanto ottimismo trovi conferma in una rapida fuoriuscita dalla crisi.

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