19 marzo 2009 / 10:41 / 9 anni fa

EDITORIALE -Segreto bancario, nessun paradiso sicuro per evasori

di Alexander Smith

LONDRA (Reuters) - I grandi paesi sono in lotta con i paradisi fiscali di tutto il mondo e fanno pressioni affinché non forniscano più oasi agli evasori e a chi ricicla il denaro.

Svizzera, Austria, Lussemburgo, Liechtenstein e Andorra hanno risposto tutti al giro di vite contro l‘evasione fiscale offrendo di allentare le rigide norme sul segreto bancario.

Si tratta di una importante vittoria, se si pensa che fino a poco tempo fa, Liechtenstein e Andorra erano i due terzi di un trio di fautori della linea dura che si rifiutavano di allinearsi agli standard dell‘Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) sulla trasparenza e lo scambio di informazioni, facendogli conquistare un posto sulla lista nera Ocse insieme a Monaco tra i paradisi fiscali che non collaborano.

Il ministro delle Finanze svizzero ha detto che ci vorranno anni per il paese per rinegoziare i 70 diversi accordi separati di doppia tassazione e che devono essere approvati dal parlamento o con referendum. Monaco invece finora non ha parlato dei suoi progetti.

Con una stima tra i 1.700 e gli 11.500 miliardi di dollari in asset tenuti nei cosiddetti conti offshore, l‘Ocse è stato inequivocabile nella sua posizione: “I paradisi fiscali privano i governi di entrate necessarie per le infrastrutture vitali e minano la fiducia che i cittadini hanno sull‘equità delle leggi fiscali. I paesi devono intraprendere azioni decise per fermare queste perdite nelle entrate”.

L‘obiezione che i paradisi fiscali siano stati sovrani la cui indipendenza deve essere rispettata non può essere usata in buona fede per proteggere paesi che si guadagnano da vivere consentendo ai cittadini di evadere le tasse, o nel peggiore dei casi di nascondere il frutto di un crimine.

I paradisi fiscali non hanno causato la crisi finanziaria, ma mentre i fatturati calano sotto i colpi della recessione, i governi avranno bisogno di ogni centesimo di reddito che potranno recuperare per i servizi pubblici essenziali e per tenere sotto controllo i conti.

Secondo Oxfam , le nazioni in via di sviluppo perdono una cifra come 124 miliardi di dollari all‘anno in tasse, ben oltre i 103 miliardi di dollari che ricevono in aiuti stranieri.

I paradisi fiscali avranno bisogno dell‘aiuto di Stati Uniti, Germania, Francia e altri per uscire da un business che ha fornito loro lo scheletro della loro economia per così tanto tempo.

Come i coltivatori di papavero afghani o quelli di coca colombiani, colpire semplicemente i loro campi non basta. E’ necessario dare un‘alternativa e altre fonti di guadagno.

La Svizzera, il più grande centro finanziario offshore del mondo, è abbastanza grande ed ha un asset management sufficientemente buono da sopravvivere anche in un‘era post-paradiso. Il paese è sotto pressione affinché allenti le regole sul segreto bancario da quando il suo più grande istituto di credito, Ubs, il mese scorso si è accordato per pagare 780 milioni di multa e identificare alcuni dei suoi clienti Usa in un accordo per chiudere un inchiesta penale americana.

Sia Singapore che Hong Kong hanno fatto alcuni passi per soddisfare gli standard Ocse nello scambio di informazioni ed entrambe si possono adattare per sopravvivere.

In altri paesi, come Andorra, lo sci e il turismo possono prendere il posto dei lingotti d‘oro. Ma per alcune isole, dove la gestione discreta del denaro la fa da padrone, sono necessari progetti più ampi per minimizzare l‘impatto.

L‘Ocse è il miglior veicolo per assicurare che le regole apposite vengano applicate globalmente, e per monitorare le performance di ogni paese.

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