22 ottobre 2008 / 19:11 / tra 9 anni

Opa, allo studio anche allentamento quorum passivity rule

di Stefano Bernabei e Giuseppe Fonte

ROMA (Reuters) - Sì alla passivity rule, non come obbligo di legge previsto dal Testo unico della Finanza ma come libera scelta delle aziende che potranno inserirla negli statuti per mantenere la contendibilità sul mercato.

Poi, quorum di capitale ordinario ridotto al 20% dall‘attuale 30% per consentire più facilmente alle assemblee di votare le misure difensive proposte dai consigli di amministrazione vincolati dallo statuto alla regola di passività.

Infine, affidare alla Consob il potere di rendere “temporaneamente” e “caso per caso” più trasparente la comunicazione sulle partecipazioni rilevanti, abbassandone l‘obbligo di comunicazione sotto il 2% previsto.

Sono queste alcune delle opzioni più accreditate che il governo studia per dare una risposta legislativa alla minaccia di scalate ostili alle imprese italiane, dopo il crollo delle quotazioni di Borsa dovuto alla crisi finanziaria internazionale.

Più difficile immaginare una modifica della soglia che rende obbligatorio il lancio di un‘Offerta pubblica, oggi al 30%, che un quotidiano la scorsa settimana aveva ipotizzato in calo al 20%.

“Quella sarebbe l‘arma nucleare. Mi sembra strano”, ha commentato una fonte tra quelle che si stanno occupando del tema.

DEFINIZIONE MISURE RICHIEDERA’ DIVERSI GIORNI

Oltre ai contenuti, l‘altra indicazione che emerge parlando con chi sta seguendo in queste ore il delicato dossier, che potenzialmente potrebbe deprimere i corsi azionari rendendo le aziende italiane meno contendibili, sono i tempi. Premesso che tutti concordano nel dire “che tutto è in mano a Tremonti”, c’è un diffuso consenso nell‘affermare che la fretta dei giorni scorsi è venuta meno e ora si ragiona “con maggiore profondità e calma di un tema complesso, dove è importante dosare bene gli interventi e con valutazioni ben ponderate”.

Infatti, secondo fonti governative e politiche, i tecnici di Consob e ministero dell‘Economia sono ancora al lavoro e la definizione delle misure richiederà “diversi giorni”.

I nodi da sciogliere non riguardano solo il modo e i tempi con cui le norme sull‘Opa saranno riviste ma lo stesso strumento legislativo da utilizzare.

Parlando a Washington il ministro dell‘Economia, Giulio Tremonti, ha indicato giorni fa la strada di un emendamento ai decreti di sostegno delle banche, che saranno presto accorpati per consentire alle Camere un più rapido esame. In questo caso i tempi si profilano abbastanza lunghi: la commissione Finanze sta svolgendo una serie di audizioni e non è stato ancora definito il termine per la presentazione degli emendamenti. L‘esame della Camera è in prima lettura e il decreto sulle banche dovrebbe comunque andare in Senato. La conversione in legge richiederà quindi almeno un mese, anche ipotizzando che non si renda necessaria una eventuale terza lettura a Montecitorio.

NON E’ TRAMONTATA IPOTESI DI UN DECRETO PER L‘OPA

Nei giorni scorsi si è affacciata però una seconda opzione: il governo potrebbe ritoccare le norme sull‘Opa con un nuovo decreto legge, che entrerebbe da subito in vigore.

“Si potrebbe intervenire anche per decreto ma nulla al momento è stato deciso”, riferisce una fonte governativa senza aggiungere dettagli.

Anche quella del decreto, tuttavia, è una strada che presenta incognite. Il governo dovrebbe indicare i requisiti di necessità e urgenza che giustificano il decreto, senza i quali sarebbe difficile per il Capo dello Stato emanare il provvedimento. E al momento né Palazzo Chigi né il Tesoro hanno mai chiarito quali sono nel dettaglio i rischi che corre l‘Italia e quali sono le società potenziali target di scalate ostili per le quali sarebbero giustificati interventi così repentini.

Per parte sua la Consob non ha segnalato movimenti nelle quote azionarie di società quotate. Unica eccezione Unicredit, nel cui capitale sono entrate con il 4,23% tre istituzioni statali libiche.

SOGLIA 5% PER FONDI SOVRANI?

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha acceso il faro sui massicci acquisti di azioni di aziende italiane da parte di fondi sovrani di paesi produttori di petrolio ma ha anche detto che l‘Italia non è contraria all‘ingresso di questo tipo particolare di investitori nel capitale delle aziende a patto che non puntino a partecipazioni di controllo. Per questo, ha detto ancora il premier, si potrebbe riflettere sull‘opportunità di introdurre un tetto di partecipazione al 5% del capitale.

Qualche novità potrebbe venire martedì prossimo, quando il presidente dell‘Autorità che vigila sulle società quotate, Lamberto Cardia, sarà ascoltato in commissione Finanze a Montecitorio.

Un autorevole sostegno alla linea del governo è venuto intanto ieri dalla Banca d‘Italia. In un‘audizione in Senato sulla crisi finanziaria, il governatore Mario Draghi, che è stato tra l‘altro l‘estensore della normativa italiana sull‘Opa negli anni Novanta, ha detto di ritenere “molto ragionevole” che in Italia i takeover non debbano essere più facili che altrove.

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