24 giugno 2008 / 12:00 / 9 anni fa

Antitrust: in credito, tlc ed energia concorrenza a rischio

<p>Membri dell'Associazione Consumatori distribuiscono gratuitamente a Roma pacchi di pasta in protesta contro l'innalzamento dei prezzi, il 13 settembre del 2007. REUTERS/Tony Gentile</p>

di Alberto Sisto

ROMA (Reuters) - Non si salva nessuno: energia, telecomunicazioni e credito sono al primo posto nella black list dell‘Antitrust. Ma a cercare di ridurre la concorrenza sul mercato italiano ci si mettono anche i panificatori, le farmacie di una singola provincia e i grandi big della cosmesi da poco sotto inchiesta per una presunta intesa sui prezzi.

Cambiano le modalità, ma in quasi tutti i settori dell‘economia l‘Antitrust ha scovato trucchi e manovre per ridurre la concorrenza, come si legge nella Relazione sull‘attività presentata oggi in Parlamento dal presidente, Antonio Catricalà.

Intese, scambi di informazioni, fissazione comune dei prezzi, violazioni e dimenticanze di leggi vigenti e altri strumenti ancora: sono i mezzi con i quali le imprese in Italia, anziché confrontarsi sul mercato, si accordano dietro le quinte per lucrare un sovrapprezzo o un drenaggio occulto di potere d‘acquisto a danno dei consumatori.

INTESE IN CRESCITA

“Dal 2006 a oggi il numero dei provvedimenti decisi (al netto delle archiviazioni) fa registrare un incremento del 39%. Gli interventi più importanti hanno riguardato i carburanti, il settore alimentare, i servizi pubblici locali, i farmaci senza obbligo di ricetta, l‘attività di federazioni locali dei farmacisti, il settore postale, i materiali di costruzione, gli sport equestri, le comunicazioni telefoniche fisse e mobili, le gare per forniture alle Asl, le carte di credito prepagate per l‘autostrada, la fornitura di energia elettrica, il settore bancario, la gestione aeroportuale, il soccorso stradale, lo smaltimento delle batterie esauste, i servizi di tesoreria di un ente previdenziale, i servizi portuali”, scrive Catricalà.

LE INEFFICIENZE

Insomma, non si salva nessuno, anche perché la relazione ricorda che contro la concorrenza ci sono i comportamenti degli ex monopolisti, ma anche dei nuovi monopoli che si sono affermati a livello locale, protetti da normative locali. E a questo si aggiungono poi, le inefficienze del sistema.

Una prima indagine nel settore alimentare, si legge nella relazione, ha fatto emergere lungo la filiera che va dal campo al consumatore aumenti medi del 200%, e anche del 300%, in funzione del numero dei passaggi a cui sono sottoposti i vari prodotti. E questo in tutte le 267 filiere che rappresentano altrettanti prodotti alimentari. L‘invito, qui, è ad una concentrazione che migliori l‘efficienza.

Diverso è il caso dei settori più sviluppati.

TUTTI PER UNO UNO PER TUTTI

E che dire, si chiede Catricalà, di quel curioso fenomeno che si è sviluppato nel settore finanziario che spinge le aziende e i loro soci a comportamenti quasi incestuosi con i loro concorrenti.

“Il 45% delle società quotate annovera tra propri soci imprese concorrenti; l‘80% conta all‘interno dei propri organi di amministrazione persone presenti contemporaneamente nei board di competitori. C’è un caso di impresa con ben 13 persone e un altro con 10 che siedono anche in organi di governance di altre società del settore”.

Un controsenso perché in “un contesto realmente concorrenziale le imprese dovrebbero seguire rigidi criteri per impedire il determinarsi di conflitti di ruolo per i loro amministratori. La dimensione patologica del fenomeno che si va delineando richiederà ulteriori approfondimenti da parte nostra”.

Ma quel che tocca Catricalà è la rimozione collettiva del problema: “Costituisce motivo di fondata preoccupazione l‘assenza di apprezzabili reazioni endogene che correggano una così macroscopica anomalia del sistema di governance”.

Mischiarsi e confondersi con i concorrenti però è solo uno dei tanti modi che usano le aziende, a quanto pare, sempre più impaurite dal confronto sul mercato.

Una libertà di manovra e di azione che, secondo Catricalà, ha una sua base in un retaggio culturale che evidentemente considera naturale o un peccato veniale le intese a danno dei consumatori, ma che il presidente dell‘Antitrust vorrebbe riportare alla giusta valutazione.

Si tratta, dice Catricalà di “gravi misfatti che negli Stati Uniti sono considerati fatti criminosi puniti con la prigione”. Non è questo che chiede l‘Antitrust italiano al legislatore, ma certamente la possibilità di sanzionare con maggiore incisività le intese contro il mercato.

Sempre più spesso, infatti, le aziende si accordano in sede di associazione di categoria, ottenendo anche un altro vantaggio: in questi casi la multa che l‘Antitrust può irrorare è modesta, come è accaduto nel caso delle intese sul pane (4.000 euro). Una briciola, è il caso di dire. Meglio sarebbe, chiede Catricalà, poter arrivare a colpire anche il fatturato delle imprese che si avvantaggiano.

E’ che dire dei 500.000 euro di sanzione massima per le pubblicità ingannevoli, quando alcune grandi campagne di comunicazione arrivano a costare decine di milioni di euro? Simili sanzioni costituiscono il male minore per l‘azienda che preferisce non fermare i messaggi ingannevoli.

LE LEGGI NEGATE

E’ l‘ultima, ma non meno importante, manovra anticoncorrenziale. La si potrebbe definire il rifiuto della legge: una norma benché applicata viene sistematicamente ignorata dai soggetti del la dovrebbero applicare.

E’ il caso dell‘abolizione della commissione di massimo scoperto e della portabilità gratuita dei mutui. Sulla prima Catricalà si unisce al governatore della Banca d‘Italia, Mario Draghi: “Va abolità”. Per la seconda sono state aperte 23 istruttorie contro altrettante banche: bisognerà attendere il risultato.

Bene il governo per l‘intenzione di mettere mano alla riforma dei mercati pubblici locali, i servizi in primo luogo. Ma Catricalà chiede anche che il rinvio dellla class action, deciso dal governo di Silvio Berlusconi, si concretizzi in un miglioramento della legge.

L‘Antitrust aveva chiesto di poter diventare, in virtù dell‘esperienza acquisita, una sorta di verificatore della consistenza giuridica delle cause. Il Parlamento decise in altro senzo.

-- ha collaborato Giuseppe Fonte

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