16 giugno 2008 / 06:20 / tra 9 anni

G8, caro greggio potrebbe prolungare rallentamento Usa - Paulson

OSAKA (Reuters) - I vistosi rincari del greggio potrebbero prolungare il rallentamento economico Usa partito ormai l‘estate scorso dalla crisi del mercato immobiliare e creditizio. Lo dice il segretario al Tesoro Henry Paulson.

Parlando alla stampa al termine della riunione G8 di Osaka, il segretario si dice nuovamente favorevole alla politica del dollaro forte e nega che il deprezzamento della valuta Usa possa essere messo in relazione al rincaro dei prezzi energetici a livello globale.

Il prodotto interno lordo Usa ha visto nei primi tre mesi dell‘anno un‘espansione al tasso annuo di 0,9% e secondo Paulson la crescita dovrebbe tornare ad accelerare quest‘anno a dispetto dell‘impatto negativo della contrazione del mercato immobiliare, della turbolenza dei mercati finanziari e dell‘aumento dei costi energetici.

“Stiamo ancora affrontando le difficoltà del mercato immobiliare e finanziario e prevediamo di andare avanti ancora per un po’ ma crediamo anche che la crescita economica torni ad accelerare entro fine anno, per quanto siamo consapevoli del rischio che l‘aumento del greggio prolunghi il rallentamento Usa” spiega.

L‘impatto degli elevati costi di energia e alimentari si è rivelato il tema centrale dei ministri finanziari di Usa, Giappone, Gran Bretagna, Canada, Italia, Francia, Germania e Russia.

Se per Roma e Parigi a monte dei rincari delle materie prime un ruolo fondamentale ha la speculazione, per il segretario Usa i prezzi del greggio sono determinati dai fondamentali di domanda e offerta.

“Questa corsa dei prezzi in ultima analisi riflette le tendenze di lungo termine di offerta e domanda a livello globale, sostenuta crescita economica in coincidenza con un periodo di investimenti minimi nel campo della produzione” spiega Paulson.

Il segretario Usa riferisce che nel corso della riunione di Osaka alcuni ministri hanno lamentato che gli elevati prezzi delle materie prime vengano usati dagli investitori per proteggersi dai rischi di inflazione.

“Non credo ci sia nulla a che fare con il dollaro” risponde a un cronista che gli chiede se all‘origine del rincaro del greggio ci sia anche il deprezzamento della valuta Usa.

Da febbraio 2002 a questa parte, ricorda il segretario, il dollaro si è deprezzato di circa 25% mentre il rincaro del petrolio è stato del 500%.

“Per quanto riguarda gli investitori finanziari, la speculazione e il suo ruolo, stiamo esaminando la questione ma tutti i segnali indicano un‘origine da offerta e domanda” continua, precisando di non ritenere il deprezzamento del dollaro una delle cause principali del rincaro.

Per il segretario Usa esiste la tendenza a cercare un capro espiatorio cui affidare la responsabilità della corsa del greggio.

“E’ molto semplice per chi cerca soluzioni di breve termine ed è rischioso dire che dipende tutto dalla speculazione” dice.

Nel corso degli ultimi dieci anni, ricorda, non si è visto un reale aumento nella capacità degli impianti e sono necessari nuovi importanti investimenti per potenziare la produzione.

Non esistono soluzioni di breve termine ma i consumatori di greggio devono ”evitare sussidi e altre politiche distorsive del mercato“, mentre i paesi produttori dovrebbero aprire l‘economia a maggiori investimenti nel campo della produzione petrolifera” dice.

“I produttori devono incrementare offerta e capacità” aggiunge.

Per Paulson infine i paesi ricchi dovrebbero garantire ai poveri un‘assistenza alimentare d‘emergenza e quelli in via di sviluppo sostituire sussidi alimentari generali con aiuti meglio mirati e abbattere le restrizioni sulle esportazioni.

Oltre ad aver discusso le condizioni dell‘economia globale, compito dei ministri finanziari è stato quello di delineare l‘agenda della riunione dei capi di Stato e di governo che si terrà sempre in Giappone il mese prossimo.

Paulson riconosce che l‘inflazione derivante da energia e alimentari rende i cittadini più critici nei confronti della globalizzazione, termine con cui si intende in generale la sempre maggiore integrazione dei mercati mondiali.

“Una chiusura porterebbe alla stagnazione economica e alla perdita di milioni di posti di lavoro, allontanerebbe gli investimenti esteri, rallenterebbe la crescita e aumenterebbe il costo di molti beni e servizi per i consumatori Usa” spiega.

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