9 luglio 2008 / 09:14 / 9 anni fa

Draghi: aspettative inflazione meno forti dopo rialzo Bce

ROMA (Reuters) - Le attese inflative sono meno forti dopo la decisione della settimana scorsa della Banca centrale europea di aumentare i tassi di un quarto di punto.

<p>Il governatore della Banca d'Italia Mario Draghi. REUTERS/Alessandro Bianchi (ITALY)</p>

Lo ha detto il governatore della Banca d‘Italia e membro del board della Bce, Mario Draghi, nell‘intervento all‘assemblea annuale dell‘Abi in cui avverte che il prezzo del petrolio sta minacciando la crescita economica mondiale e indica politiche monetarie troppo accomodanti alla base della fragile situazione dei mercati e della debolezza del dollaro.

Il 3 luglio la Bce ha alzato i tassi per la prima volta in oltre un anno portandoli al 4,25% dal 4% per contrastare l‘aumento dei prezzi.

“Nei giorni successivi al rialzo (deciso il 3 luglio) la tendenza all‘aumento delle aspettative di inflazione desunte dai mercati finanziari si è arrestata; sembra avviarsi una loro riduzione”, ha detto Draghi.

Il governatore sottolinea come “un aggiustamento monetario tempestivo riduce il rischio di correzioni tardive ma violente” e che “la stabilità dei prezzi è un prerequisito per la ripresa della crescita”.

Il governatore ha difeso la mossa dell‘istituto di Francoforte da quanti sostengono non abbia senso aumentare i tassi in Europa, e quindi deprimere la crescita, per rispondere a una spinta inflazionistica legata a fattori esterni quali il balzo del prezzo del petrolio.

“La stabilità dei prezzi è prerequisito per la ripresa della crescita. Una rincorsa tra prezzi e salari sarebbe un rimedio illusorio, a cui la politica monetaria deve opporsi. Se è credibile, pur non potendo isolare l‘economia delle fluttuazioni dei prezzi delle materie di base, essa può ammortizzare gli effetti sulle aspettative e sui prezzi interni. Un aggiustamento monetario tempestivo riduce il rischio di correzioni tardive ma violente”, ha spiegato.

PRESERVARE CREDIBILITA’ POLITICHE MONETARIE

Con un apparente riferimento ai politici italiani che di quando in quando criticano le strette di Francoforte, Draghi fa sapere che in Italia, dopo l‘Unione monetaria, gli effetti di un aumento del prezzo del petrolio sull‘inflazione al consumo si sono ridotti di circa cinque volte rispetto agli anni Ottanta e Novanta. E a questo risultato ha contribuito per l‘appunto la credibilità della politica monetaria.

Chi chiede ribassi nei tassi di interesse ricordi che “politiche monetarie troppo accomodanti stanno alla base anche della stessa debolezza del dollaro” e che “politiche monetarie espansive congiunte a uno stato di forte tensione nel mercato del petrolio” sono alla base “della difficile condizione economica e finanziaria internazionale”.

Sul petrolio il governatore ha dedicato ampio spazio per spiegare che la crescita dei prezzi “si fonda sulle tensioni strutturali sottostanti ed è alimentata dal deprezzamento del dollaro e da ingenti capitali in fuga dagli investimenti finanziari non più redditizi”.

“Dalla crescita del prezzo del petrolio non solo conseguono pressioni sull‘inflazione presente e attesa, ma la stessa crescita mondiale ne è minacciata”, ha avvertito.

Tutto questo in una situazione in cui i “mercati finanziari internazionali restano fragili, il rafforzamento patrimoniale delle banche non è ancora sufficiente, e rischia di essere ostacolato da ulteriori cadute nei prezzi degli immobili e nei corsi di borsa”.

“Negli Stati Uniti”, poi, “l‘aumento dei tassi di insolvenza, nonchè il timore che l‘indebitamento del ciclo deteriori la qualità del credito alle imprese, sono motivi di preoccupazione”.

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