October 23, 2018 / 3:35 PM / 24 days ago

Credito, scommessa Utp per le banche, bilanci puliti e imprese salve

MILANO (Reuters) - E’ la prossima frontiera dei crediti non performing. Si chiamano ‘unlikely-to-pay’ (Utp), gli ex incagli o sofferenze probabili, e rappresentano un maxi-bastone da 84 miliardi infilato negli ingranaggi delle banche italiane. Anche se il mercato sinora ha faticato a partire, siamo probababilmente alla vigilia del decollo in parte per inerzia e in parte perché sono maturate le condizioni ideali. E la nascita di un mercato degli Utp è vitale per il sistema economico, perché rilanciare le aziende in difficoltà significa salvare un pezzo di Paese.

La sede della Banca centrale europea a Francoforte. La Bce ha equiparato gli 84 miliardi di Utp a bilancio delle banche italiane agli Npl, inserendoli nella categoria delle 'non performing exposures' (Npe). REUTERS/Kai Pfaffenbach

Cedere gli 84 miliardi di Utp a bilancio delle banche al 30 giugno è una priorità perché la Bce li ha equiparati agli Npl, inserendoli nella categoria delle ‘non performing exposures’ (Npe). Il problema è che, trattandosi di crediti ancora vivi, nei bilanci delle banche sono valutati di più rispetto alle sofferenze e hanno coperture più basse. Vi è, poi, una motivazione psicologica: al contrario degli Npl, destinati alla liquidazione, gli Utp sono pesci che, per quanto si dibattano in cattive acque, non sono morti. E potrebbero tornare a guizzare. Rinunciarvi è come derogare alla funzione della banca.

Tutto ciò s’intreccia con le esigenze del sistema economico. Dietro gli Utp, infatti, ci sono attività e asset (aziende e immobili, perlopiù), la cui tutela è cruciale. Riportare gli Utp in bonis, in sostanza, significa salvare posti di lavoro, rilanciare la crescita, creare ricchezza.

Su questo terreno, insomma, s’incontrano e si scontrano le richieste dei regolatori europei, le politiche di credito delle banche, le strategie industriali a livello governativo, la crescita di creditori diversi dalle banche tradizionali. Come conciliare tutto?

IL PARADOSSO GACS

Sinora le transazioni di portafogli comprendenti Utp sono state poche e di modesta entità. Formalmente i crediti incagliati delle banche salvate (gli istituti del centro e le venete) sono passati a Quaestio e a Sga, ma si tratta di operazioni non di mercato. Sga, ad ogni modo, ha posto gli Utp al centro del piano strategico al 2023.

Rispetto ai deal dal 2015 alla fine del 2017, quest’anno c’è stata un’accelerazione. Mps e Carige, in particolare, hanno ceduto portafogli di Utp o avviato gli iter per farlo.

Come segnala Alessandro Biondi, co-head of NPL per l’Italia di PwC, nel 2018 sono passati di mano anche cinque portafogli del Credito Valtellinese (il più grande da 245 milioni), uno di UniCredit e un portafoglio da 450 milioni di CariParma. Inoltre, sul mercato, a parte i già citati deal di Carige e Mps (Alpha 2 da 500 milioni, Morgana da 700 milioni e un altro da 500 milioni), ci sono due portafogli di Intesa Sanpaolo (Luce e Levante, entrambi da 250 milioni). E per l’anno prossimo è atteso Sandokan 2, maxi-portafoglio UniCredit da 2 miliardi.

Esperti perplessi sull’uso della Gacs.

Antonio Solinas, partner di Deloitte, sottolinea che “bisognerebbe stimare quale volume di crediti potrebbe beneficiare della garanzia. Si tratta di crediti ancora vivi e per tutte le forme tecniche che prevedono una movimentazione degli affidamenti (scoperti di conto corrente, working capital financing) non si può procedere alla cartolarizzazione, salvo congelare l’esposizione creditizia della banca al momento dell’operazione. Questa scelta potrebbe avere ripercussioni sull’operatività delle aziende affidate, fino a causarne lo scivolamento a sofferenza”.

Paradossalmente, insomma, la Gacs potrebbe avere l’effetto di trasformare l’Utp in Npl. Un disastro.

QUELLI CHE COLGONO FIOR DA FIORE

Ma cosa c’è dentro i portafogli di Utp? Non esistono dati pubblici. Gli operatori tendono a sovrapporre la fotografia degli Npl agli incagli. Grosso modo, su 84 miliardi lordi (54 miliardi netti), 35-40 miliardi hanno come sottostante asset real estate, 4 miliardi sono crediti di grandi aziende (i cosiddetti ‘large files’), 7-8 miliardi riguardano crediti di imprese di medie e piccole dimensioni e il resto sono microimprese o crediti che, più in generale, le banche possono gestire internamente. Il real estate, però, va depurato dei capannoni, che, per ovvi motivi, hanno un valore legato alla sopravvivenza delle aziende. A grandi linee, due terzi sono crediti corporate o assimilabili.

Gli Utp con sottostante immobili sono i più semplici da mettere in vendita, dato che c’è la garanzia dell’asset. In effetti, i pochi portafogli che sono passati di mano sinora erano quasi esclusivamente di questo tipo. E gli operatori prevedono che le banche continueranno su questa strada.

La musica cambia allorché si parla di crediti corporate. Sinora l’approccio è stato principalmente il cosiddetto ‘single name’, ovvero i crediti di una sola azienda, ovviamente di dimensioni rilevanti, comprati da un soggetto finanziario, che si prefigge lo scopo di effettuare il turnaround industriale.

A fare questo mestiere, allo stato, sono quattro soggetti. Pillarstone, che ha alle spalle il colosso del private equity Kkr, i fondi IDeA Corporate Credit Recovery (Ccr), Oxy Capital e QuattroR.

A questi si è aggiunta DoBank, che ha reclutato Andrea Giovanelli, manager che da tempo naviga nel mondo dei crediti non performing, per guidare la struttura dedicata agli Utp che punta soprattutto a quelli corporate.

Vincenzo Manganelli, managing director di IDeA Ccr I e II, ha raccontato come operano i fondi.

Stefano Focaccia, partner di QuattroR, sottolinea l’approccio differente agli Utp della sgr: “Il punto d’ingresso è sempre l’equity. Ci prendiamo il rischio, siamo gli unici a farlo in Italia in operazioni di grandi dimensioni. I turnaround richiedono nuova finanza. In situazioni già distressed non mettiamo altro debito, facciamo un aumento di capitale e rinegoziamo i finanziamenti outstanding”.

A un convegno recente, Gaudenzio Bonaldo Gregori, partner di Pillarstone Italy, ha spiegato che “ci vorrebbero investitori più evoluti, gli Utp non sono una proxi degli Npl. Gestire gli Utp come se fossero Npl è come mettere al pronto soccorso un medico legale che fa autopsie”.

LA STRADA DELLA GESTIONE IN-HOUSE

Il nodo è che l’esigenza delle banche, che hanno il fiato sul collo degli organi di vigilanza, di ‘scaricare’ in fretta la massa di Utp mal si concilia con il ‘cherry picking’ dei potenziali compratori.

La soluzione, indicano gli interlocutori, è creare portafogli omogenei, “clusterizzare i crediti” in base al settore, alle dimensioni dell’azienda, al distretto territoriale. Questo è un lavoro che devono fare le banche. Lato compratori, il trend è specializzare i servicer, renderli più sofisticati rispetto al mero recuperatore di crediti.

Francesco Guarneri, amministratore delegato di Guber Banca, sottolinea che “ci vogliono competenze di processo diverse rispetto agli Npl, perché non sono crediti da liquidare. L’approccio deve essere completamente differente: bisogna stilare un piano di risanamento, erogare nuova finanza”. La strada, secondo Guarneri, è “siglare alleanze tra banche e operatori specializzati per creare piattaforme”.

Alleanze sul modello di quella siglata, relativamente al factoring, tra Banca Ifis e Sga.

Giovanni Bossi, AD di Banca Ifis, recentemente ha spiegato che “sarà difficile che il mercato degli Utp si manifesti nel modo spumeggiante, in termini di volumi, degli Npl”. Bossi ha sottolineato che “non si tratta di recuperare soldi in fretta, ma di riportare in bonis l’impresa”.

Stesso obiettivo espresso, durante un convegno di qualche settimana fa, da Flavio Giannetti, responsabile direzione gestione investimenti e operazioni straordinarie di Intesa Sanpaolo Capital Light Bank. “Abbiamo 13 miliardi di euro di Utp e stiamo valutando come gestirli, in primis internamente, magari con il supporto di partner con specifici skill industriali”.

Pier Paolo Masenza, partner di PwC, nota: “Le banche dovranno sempre più focalizzarsi sulla gestione interna, ma anche porsi la domanda se convenga tenere queste posizioni in portafoglio: giusto o sbagliato che sia, il mercato valuta, a sconto, le banche in funzione dell’asset quality”.

SERVICER SPECIALIZZATI E SOFISTICATI

E’ possibile, dunque, ipotizzare uno scenario che veda acquisti di portafogli di Utp da parte di coppie fondi-servicer con matrice bancaria e competenze industriali.

Riccardo Serrini, AD di Prelios, recentemente ha spiegato che “il rischio di credito, e la vita stessa dell’azienda creditrice, si risolve solo con competenze, managerialità e team di lavoro ultra specializzati”.

I soggetti che paiono rispondere al profilo di un soggetto che misceli l’autorizzazione a erogare credito e competenze industriali sono le cosiddette ‘challenger banks’. “Potrebbero configurarsi come i futuri partner industriali e finanziari delle banche tradizionali”, dice Biondi di PwC. “Possono fare lending, hanno un costo del funding basso, beneficiare di un cost/income ridotto, fare leva su piattaforme IT e di recovery innovative, coprire segmenti di mercato di nicchia”.

I nomi? La già citata doBank, Credito Fondiario, Illimity, Credito di Romagna. Che già hanno avviato collaborazioni con le società di turnaround. A fine settembre, per esempio, Credito Fondiario e Oxy Capital hanno finalizzato il rilancio e la ristrutturazione di Manuli Stretch.

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