8 novembre 2017 / 10:45 / in un mese

Addendum Bce, per consulente Europarlamento molte più controindicazioni che vantaggi

ROMA (Reuters) - Il cosiddetto calendar provisioning, alla base del contestato addendum della Bce con cui si propongono criteri automatici di svalutazione dei nuovi crediti deteriorati, ha numerose controindicazioni, secondo un‘analisi di Andrea Resti, docente della Bocconi e consulente per il Parlamento europeo.

La sede del Parlamento Europeo a Bruxelles. Foto del 4 luglio 2017. REUTERS/Yves Herman

Resti, che ha già lavorato per l‘Eba, regolatore europeo delle banche, analizza in un documento di 30 pagine, pubblicato su un sito del Parlamento europeo, i modi per assicurare al meglio la pulizia dei bilanci delle banche dai crediti deteriorati.

Nel dare conto su twitter della sua consulenza, scritta in vista dell‘audizione del capo SSM Daniele Nouy, Resti scrive: “Kill the desease, not the  patient”, annienta la malattia, non il malato.

Nel documento critica anche l‘approccio seguito dall‘Ssm con l‘addendum in consultazione, che prevede svalutazioni automatiche del 100%, in due anni se i crediti che diventano deteriorati dal 2018 non sono garantiti e in sette se sono garantiti.

Può avere appeal dal punto di vista del supervisore ma, dice Resti, ha numerosi svantaggi.

Genera accantonamenti più elevati indipendentemente dal valore economico reale di lungo termine di quel credito.

Una svalutazione dei crediti che va oltre il fair value di un credito deteriorato non rispetta i principi contabili internazionali laddove le esposizioni “impaired” devono essere valutate sulla base dell‘atteso discounted cash flow. Per realizzare questi accantonamenti da calendario, si dovrebbe quindi coprire la differenza tra gli accantonamenti previsti dalle regole contabili con quelli indicati dal supervisore. Questo cuscinetto extra, realizzabile per esempio, dice Resti, con la non distribuzione di utili (retained profits), non sarebbe fiscalmente deducibile e quindi aumenterebbe il costo per la banca.

Forzare le banche a una svalutazione completa delle sofferenze incoraggia svendite al di sotto del valore reale di lungo termine di recupero del credito alterando la parità di condizioni tra chi vende e chi compra, a vantaggio del compratore.

Dire alle banche di usare questo approccio semplificato agli accantonamenti indebolisce l‘incentivo ad adottare modelli interni adeguati anche per la valutazione sul rischio di recupero dei crediti (Loss given default).

Dato che questa regole sostituirebbe con un meccanismo automatico una valutazione manageriale, Resti sostiene che rappresenti un vulnus alla libertà di gestione degli affari, elemento che richiederebbe una solida base legale per essere portato avanti.

Introdurre in Europa una regola diversa e più stringente da quelle già previste con gli standard di Basilea, metterebbe le banche europee in posizione di svantaggio rispetto a quelle non europee.

Inoltre un approccio “one-size-fits-all” difficilmente sarebbe in linea con l‘articolo 104 della CRD (la direttiva sui requisiti di capitale) e, dice Resti, pure con l‘articolo 16.2 del regolamento SSM, in cui si attribuisce al supervisore il poter di richiedere misure specifiche con un approccio banca per banca.

E per finire non si capisce, sostiene Resti, come possano queste regole passare il cosiddetto test di proporzionalità a cui è soggetta qualsiasi misura nell‘Unione europea in quanto misure meno drastiche potrebbero ottenere benefici analoghi nel prevenire perdite inattese derivanti da esposizioni deteriorate.

Anche la forma di regola soft, presentata come una linee guida della vigilanza, non convince Resti. Anche se formalmente non vincolanti, queste nuove regole potrebbero rivelarsi estremamente difficili da seguire nel concreto, al punto che la Commissione europea ha detto, rileva Resti, che l‘introduzione di target minimi di accantonamenti per i nuovi deteriorati richiederebbe una proposta legislativa ad hoc per emendare la CRR.

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