15 maggio 2015 / 10:35 / 2 anni fa

ECONOMICA - Italia all'incasso su Pil e Ue ma resta nodo credito

Il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker. REUTERS/Francois Lenoir

MILANO (Reuters) - L‘Italia si affaccia alla seconda metà di maggio con due risultati inoppugnabili: una crescita congiunturale dell‘economia, in assoluto modesta ma ai massimi da quattro anni, e le raccomandazioni di Bruxelles che in gran parte fanno proprie le indicazioni del Documento di economia e finanza del governo Renzi.

In particolare, sul lavoro, la Commissione europea chiede di attuare punto per punto le misure già incluse nel Jobs Act anche se non ancora dettagliate: dal riordino delle diverse tipologie contrattuali a quello della cassa integrazione.

    Un riscontro positivo che si accompagna al riconoscimento della bontà delle riforme sotto forma di forte sconto sull‘aggiustamento strutturale richiesto all‘Italia. Allo 0,25% di quest‘anno fa seguito uno 0,1% per il 2016 nonostante la miglior congiuntura economica che, in base alle linee di politica economica UE dello scorso novembre, comporterebbe invece keynesianamente una maggiore correzione.

    A questo successo si somma l‘uscita dalla recessione con una crescita congiunturale dello 0,3% che, seppur preliminare, è accompagnata da un‘indicazione Istat attesa da tempo: un apporto maggiore della domanda interna rispetto all‘export netto. In attesa dei dati definitivi, accanto ai consumi stabilizzatisi da qualche tempo, si può ipotizzare una ricostituzione delle scorte ma anche sperare nel ritorno alla crescita degli investimenti.

    Non solo, l‘industria, sostenuta dal ritrovato ruolo del settore auto (+13% a marzo), riesce dopo lungo tempo a fare meglio dei servizi e il mercato immobiliare nel 2014 ha ripreso a crescere dopo sette anni di ribassi, elemento che potrebbe essere anticipatore di una ripresa dell‘attività edilizia ancora al palo.

Questi miglioramenti sono stati sostenuti dalle iniezioni di moneta della Bce, dal greggio su bassi livelli e dalla debolezza dell‘euro. Le ultime settimane hanno però mostrato che, tra questi tre punti, l‘unico fermo è costituito dal programma di acquisti di titoli di Stato da parte di Mario Draghi.

   

    NODI IRRISOLTI

Gli ultimi dati macroeconomici, in miglioramento in Europa e peggiorati negli Usa, hanno ridato forza alla valuta unica, risalita del 10% rispetto ai minimi di marzo e ben oltre quanto ipotizzato nel Def. Mentre il greggio sotto ai 50 dollari/barile nelle prime settimane dell‘anno è attualmente attorno ai 60, sebbene ancora in ‘area Def’.

L‘Ufficio parlamentare di bilancio, l‘organo di controllo delle politiche pubbliche, ha simulato gli effetti di un euro/dollaro che ritorna a 1,30 e del prezzo del greggio che risale a 100 dollari. In ognuno dei due casi l‘impatto negativo sarebbe pari allo 0,5% del Pil e farebbe svanire la stima di una crescita 2016 superiore all‘1%.

Di certo un‘indicazione unanimamente negativa arriva ancora dal credito. A marzo gli impieghi alle imprese sono diminuiti di oltre il 2% nonostante gli istituti italiani nei due Tltro della Bce abbiano sottoscritto 93 miliardi che, per impegno con Francoforte, sono dedicati al sostegno dell‘economia reale pena la loro restituzione anticipata. In parallelo le sofferenze sono ulteriormente aumentate, avvicinandosi ai 190 miliardi.

    In assenza di una soluzione al problema dei non performing loans, la soglia sotto cui le banche preferiscono non concedere prestiti rimane alta. Il governo è al lavoro a un decreto che snellisca le procedure fallimentari e in ottobre discuterà della riduzione dei tempi per dedurre fiscalmente le perdite sui crediti. Il progetto bad bank con coinvolgimento pubblico al momento rimane in fase di stallo per lo stop comunitario.

    E la rigidità di Bruxelles su questo terreno rischia di essere un grande ostacolo alla ripresa degli investimenti, la componente più dolente all‘interno del Pil.

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