5 maggio 2015 / 09:25 / tra 3 anni

Private italiani, per prima volta ci vuole più volatilità

MILANO (Reuters) - Sono spesso imprenditori e il solo rischio che conoscono è quello d‘impresa; tipicamente investiti in obbligazioni e immobili, sono sempre stati allergici alla volatilità delle borse e, soprattutto dalla crisi finanziaria, riluttanti a vincolare denaro per periodi più o meno lunghi. Ma oggi anche la clientela cosiddetta “private” deve fare i conti con la fine di un periodo di discesa dei tassi di interesse core che, salvo momenti di crisi, dura da vent‘anni.

Con l‘evaporazione dei rendimenti obbligazionari la scommessa sull‘azionario pare una scelta obbligata, anche perchè “diverse azioni danno dividendi più interessanti dal punto di vista del rapporto fra rischio e rendimento di certe obbligazioni high-yield che rendono il 4-5%”, spiega Gianluca Attimis, responsabile wealth management Italia di Banca Leonardo.

Ma, con la scelta di aumentare il peso delle borse, “scatta il timore di sbagliare non solo nel cliente finale ma anche nel consulente”, osserva Manuela D‘Onofrio, responsabile della strategia di investimento globale di Unicredit (CRDI.MI). Di qui la scelta, sempre più diffusa, di delegare in modo completo la gestione: il tasso di crescita lordo delle gestioni patrimoniali a delega con minimo 2,5 milioni della prima banca italiana è raddoppiato da gennaio 2014, “prevalentemente per l‘afflusso di nuove masse, un fenomeno che non avevo mai visto prima”, sottolinea la manager, nel settore private dal 2003.

PIU’ SPAZIO AGLI ALTERNATIVI

Chi invece vede rischi di distorsione sulle valutazioni delle borse dalle maxi iniezioni di liquidità delle banche centrali caldeggia le strategie alternative che, secondo una indagine di McKinsey 2013/2014, cresceranno sino al 2020 in termini di patrimonio globale ad un ritmo quasi doppio rispetto a quelle tradizionali. Andrea Rotti, direttore delle gestioni di Ersel, spinge la clientela verso un investimento del 25-30% nelle strategie alternative della casa (un approccio flessibile, un hedge e un fondo quantitativo). In Kairos, pioniere della versione armonizzata e liquida delle classiche strategie hedge in Europa, gli alternativi (Ucits e fondi di fondi hedge) pesano oggi per il 20% nelle linee bilanciate, secondo la responsabile commerciale Caterina Giuggioli.

Ma alcuni clienti faticano a comprendere i fondi Ucits alternativi “perchè spesso la bontà dei risultati dipende dalla scelta dei gestori e quindi da una accurata due diligence”, spiega un banker, avanzando anche dubbi sulla presunta decorrelazione dal trende dei mercati di questi prodotti.

Continuano a piacere le polizze unit-linked, soprattutto nelle loro versioni più nuove, come testimonia la raccolta di “MyLife” di Banca Mediolanum MED.MI, 600 milioni nel primo trimestre del 2005 dopo 1,5 miliardi del 2014.

Le novità per questo segmento, un patrimonio gestito stimato in 503 miliardi a fine 2014 dall‘associazione italiana private banking (Aipb) che studia il settore dal 2008, potrebbero non fermarsi qui. Secondo Muzinich & Co “il cliente italiano private è disposto, per avere un rendimento un po’ più elevato (del 3-4%), non tanto a prendersi più rischio ma a giocarsi un po’ più di illiquidità”, spiega il direttore vendite Federico Marzi citando, fra i fondi della casa più richiesti, il “long/short credit”. Fra i prodotti non Ucits, vendibili dunque solo a clientela istituzionale e professionale, “piace molto il mercato dei loans americani”.

TEMPI MATURI PER PICCOLI INVESTIMENTI PIU’ ILLIQUIDI

Banca Fideuram ha attualmente al vaglio team che investono in NPLs (non performing loans), fondi che investono in equity Pmi e sul debito commercial real estate. “Cerchiamo idee che abbiano una immediata corrispondenza nel mondo reale...che possano essere spiegate al cliente con i loro rischi e le loro opportunità” dice Antonello Piancastelli, direttore generale di Banca Fideuram.

Banca Generali, che ha clienti da 500.000 a 2,5 milioni di euro, ha raccolto 100 milioni in un mese su una gestione mista a distribuzione con un orizzonte temporale di cinque anni dedicata a non performing loan, debito mezzanino e performing loan.

Secondo Piancastelli i clienti con patrimoni dai 2,5 milioni sono maturi per accettare una componente del 10-20% di illiquidità nel proprio portafoglio. Chi tratta con la clientela di fascia altissima considera solo l‘opzione private equity, che ha un orizzonte di 10-15 anni, a cui riservare un 5-7% di un patrimonio di almeno 20 milioni.

Altri, come Kairos che pur ha una clientela sofisticata, sono più cauti: secondo Aipb la liquidità continua infatti ad avere un peso relativo elevato (26%) fra gli obiettivi di investimento dei “private”, accanto a crescita (29%) e programmazione (31%).

Se la propensione all‘illiquidità aumenta all‘aumentare del patrimonio, va però considerato che i ‘paperoni’ italiani hanno già un‘esposizione ad asset non immediatamente liquidabili come gli immobili almeno pari se non superiore al patrimonio finanziario. Una nuova sfida per la consulenza chiamata a tenere conto di tutte le attività di investimento e di generazione di reddito del cliente.

Al momento, infine, l‘attenzione per i beni reali a partire dall‘oro, nel radar della clientela alla ricerca di protezione dall‘inflazione, non sembra essersi fatta più vivace. Ci pensano allora i gestori ad approfittare della deflazione in vista di una risalita dei prezzi: nel mirino della responsabile delle gestioni patrimoniali di Banca Akros Valentina Vicinanza, di questi tempi, ci sono Treasuries 2023 indicizzati all‘inflazione e fondi global inflation.

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