23 febbraio 2015 / 14:23 / 3 anni fa

Moda Italia, con più margini e pochi debiti svetta su industria privata

MILANO (Reuters) - Il sistema della moda italiana, che contribuisce per circa un quarto alle esportazioni nette del Paese con un attivo commerciale intorno ai 25 miliardi di euro, batte il mondo della grande industria privata italiana per trend di ricavi e margini e per solidità finanziaria.

Gli scatti dei fotografi a una modella durante una sfilata della collezione Primavera/Estate 2015 alla Settimana della Moda di Milano. REUTERS/Alessandro Garofalo

A dirlo è l‘analisi condotta dall‘area studi di Mediobanca sui bilanci 2009-2013 delle 135 maggiori aziende del lusso (sopra i 100 milioni di fatturato), di cui 120 manifatturiere e 15 di distribuzione.

Dal 2009 al 2013 il fatturato delle aziende della moda è cresciuto del 32,4% a 55,2 miliardi (+43,8% i primi dieci gruppi) contro il +14% dei gruppi industriali privati quotati, l‘Ebit è aumentato del 75% (+138% le aziende Top) contro il +15,6% dell‘industria, i dipendenti sono saliti del 21,5% contro un più modesto +8,7% nel settore industriale. Nel solo 2013 il fatturato è aumentato su anno dell‘1,4% (+4,4% le dieci maggiori aziende) a fronte di una contrazione del sistema industriale privato dell‘1,9%, con un Ebit margin quasi doppio (15,1% su 8,4%) se si prendono solo le prime dieci aziende del lusso.

Ancor più evidente la differenza sotto il profilo finanziario e patrimoniale: l‘incidenza del debito sui mezzi propri nel 2013 era pari in media al 38,8% contro il 143% dell‘induistria privata, mentre sotto il profilo della liquidità il rapporto tra disponibilità e debiti finanziari raggiungeva in media il 65,5% (quasi il 400% per le aziende top) contro il 38% dell‘industria privata.

Le prime dieci aziende del lusso avevano nel 2013 debiti finanziari pari all‘8,6% del patrimonio netto e 25% della liquidità, salita nel complesso a 3,9 miliardi. Su tutte spicca Armani, con debiti irrilevanti rispetto ai mezzi propri e disponibilità liquide che ammontavano a 691,6 milioni a fine 2013 (su un fatturato vicino ai 2,2 miliardi).

Tutto ciò, sottolinea R&S, con una generalizzata tendenza a mantenere contenuta la remunerazione degli azionisti, quindi reinvestire i profitti in azienda.

Questa cassa può essere considerata un “tesoretto” utile a fronteggiare anni di crisi del credito e di crescita modesta (il 2014 è visto in espansione del 2-3% e simile dovrebbe essere il 2015), o magari per tentare la via della crescita per linee esterne.

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