16 febbraio 2017 / 17:27 / tra 10 mesi

Derivati, Tesoro tiene la linea su riservatezza contratti

di Giuseppe Fonte

ROMA, 16 febbraio (Reuters) - Il ministero dell‘Economia tiene la linea sulla natura riservata dei contratti derivati stipulati con le banche d‘affari nella gestione del debito pubblico e respinge l‘ultima richiesta proveniente dal Parlamento per una loro pubblicazione.

Replicando ad un‘interrogazione alla Camera di Giovanni Paglia (Sel), il Tesoro scrive infatti che una completa ‘disclosure’ avrebbe “riflessi pregiudizievoli in termini di svantaggio competitivo, senza far riferimento a clausole di riservatezza presenti nei contratti stessi che inibissero tale diffusione”.

E aggiunge che, “pur non trattandosi di contratti ‘secretati’, si ritiene di dover ribadire il carattere di riservatezza dei contratti stessi”.

Il Movimento 5 stelle ha lanciato sul web la campagna '#FuoriIContratti’ e sul blog di Beppe Grillo, oggi, compare un articolo in cui si legge che “i derivati sono il simbolo di un sistema finanziario criminale che ha sottratto la sovranità ai popoli consegnandola alle grandi banche d‘affari”.

I derivati di Stato sono da anni al centro di polemiche e indagini. L‘episodio più discusso risale a gennaio 2012, quando il Tesoro ha versato a Morgan Stanley quasi 3 miliardi di euro in conseguenza di una clausola di “Additional termination event” presente in alcuni contratti.

L‘operazione è finita nel mirino della Corte dei Conti, che ha contestato un danno erariale di 2,9 miliardi di euro a Morgan Stanley, stando a quanto comunicato alla Sec dalla stessa banca. Morgan Stanley ha definito le accuse prive di fondamento.

Lo scorso settembre una fonte giudiziaria ha riferito che la Corte dei Conti ha inviato una contestazione anche all‘attuale responsabile del debito pubblico Maria Cannata, al direttore generale del Tesoro Vincenzo La Via e agli ex ministri Domenico Siniscalco e Vittorio Grilli. Nessuno di loro ha commentato la notizia.

Il danno erariale complessivo sarebbe di 4,1 miliardi.

Nella risposta all‘interrogazione, il ministero ricorda che la clausola di chiusura anticipata esisteva dal 1995.

Una delle accuse più ricorrenti da parte delle opposizioni è che l‘Italia sia ricorsa ai derivati per ridurre artificiosamente il deficit e centrare i parametri d‘ingresso nel club dell‘euro nella seconda metà degli anni Novanta.

DRAGHI: DERIVATI NON PER ABBELLIRE CONTI

Tra il 1991 e il 2001 direttore generale del Tesoro era Mario Draghi, oggi presidente della Bce, il quale ha sempre respinto queste critiche.

I derivati “non hanno abbellito i numeri [del bilancio italiano], non si può abbellire ciò che è già noto”, ha detto Draghi durante una conferenza stampa del 4 luglio 2013 secondo quanto riporta il sito della Bce.

Il Tesoro ha sempre sostenuto di aver utilizzato i derivati come assicurazione contro il rischio di un aumento dei tassi, soprattutto tra 2009 e il 2012, gli anni peggiori della crisi finanziaria.

Nel testo depositato alla Camera oggi, l‘esecutivo ricorda che i derivati hanno avuto, tra 2011 e 2015, un impatto negativo sul bilancio pubblico di 23,5 miliardi: 15,6 sono esborsi netti mentre 7,9 sono ”dati da allineamenti contabili del debito derivanti da riclassificazioni statistiche, quel che Eurostat chiama ‘net incurrence’.

Come in passato il Tesoro nega che i derivati possano minare la solidità del bilancio pubblico e scrive che i 15,6 miliardi rappresentano il 3,9% della spesa per interessi (404,5 miliardi) nei cinque anni presi a riferimento. I 7,9 miliardi equivalgono invece al 2,5% dell‘incremento di debito registrato nello stesso periodo.

Le statistiche di Eurostat mostrano che negli altri Stati europei i derivati hanno un impatto negativo inferiore o contribuiscono a migliorare i saldi.

Limitando il confronto al solo 2015, i derivati hanno aumentato le uscite di 3,2 miliardi in Italia, di 772 milioni in Germania, di 1 miliardo in Francia mentre non hanno avuto alcun impatto in Spagna.

Nel rapporto sul debito pubblico per il 2015, pubblicato a luglio, il Tesoro ha scritto che sono in essere derivati su 153,8 miliardi di titoli di Stato (nozionale), il 7% del debito pubblico totale.

Il valore di mercato dei contratti (mark to market), cioè il costo che lo Stato avrebbe dovuto sostenere se avesse chiuso tutte le posizioni al 31 dicembre 2015, era pari a 36,7 miliardi.

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