6 ottobre 2009 / 15:00 / 8 anni fa

Private equity, rilancio solo da 2010, focus su servizi finanza

MILANO, 6 ottobre (Reuters) - Il 2009 si chiuderà con un record negativo di deal di private equity, ma l‘anno prossimo dovrebbe vedere un rilancio del settore, sebbene con correttivi rispetto al recente passato.

E’ il quadro emerso dal “Forum Italian M&A”, organizzato da Mergermarket, che ha visto la partecipazione di diversi protagonisti dell‘industria dei buyout.

La crisi economico-finanziaria culminata con il crack di Lehman Brothers, secondo Claudio Sposito, numero uno di Clessidra Capital Partners, costituisce “una grande occasione per accelerare il trend di cambiamento” delle caratteristiche del tessuto economico italiano. In particolare, Sposito vede “uno spostamento dell‘Italia verso l‘industria leggera e i servizi”.

Nei prossimi 18-24 mesi, pronostica Giancarlo Aliberti, direttore generale Italia di Apax Partners, l‘attenzione degli operatori di private equity - ora puntata su “settori più maturi, come infrastrutture, healthcare e tlc” - si sposterà su comparti ciclici, come “retail e media”. Aliberti, inoltre, individua “nicchie interessanti” nei servizi avanzati. Il focus sulle attività cicliche emerge da un‘analisi di Mergermarket, secondo la quale il settore chimico-industriale sarà quello maggiormente interessato da trattative di M&A quando torneranno ad esserci le condizioni finanziarie. Seguono, nella graduatoria di Mergermarket, i comparti del largo consumo e dei servizi finanziari.

I servizi finanziari sono un settore particolarmente ‘caldo’. Aliberti di Apax parla di “opportunità” come conseguenza della necessità delle banche di “concentrarsi sul core business”.

Più esplicito Sposito di Clessidra: “In Italia si assisterà a cessioni di asset (da parte delle banche). Sarà uno dei settori più attivi nei prossimi 18-24 mesi”.

Sulla stessa linea Massimo Pappone, co-head M&A di Lazard: “Molto succederà nei servizi finanziari”.

BANCHE CAUTE, GAP VALUTATIVO VENDITORE-COMPRATORE

I nodi da sciogliere, per vedere un rilancio delle operazioni di M&A, sono essenzialmente due: finanziamenti e valutazioni.

Aliberti si dice “poco ottimista” su una ripartenza dei finanziamenti bancari nel 2010 e definisce gli istituti di credito “un fattore di blocco”. Secondo il numero uno di Apax in Italia, le banche hanno bisogno, dall‘inizio di una crisi, di 3,5-4 anni per “ripulire i bilanci”.

Aliberti, invece, è ottimista sull‘adeguamento delle attese di prezzo dei venditori alle nuove condizioni di mercato. Una posizione non condivisa da Sposito di Clessidra: “C’è un gap valutativo”, provocato anche da “una rivalutazione delle borse che non ha motivazione”.

Sulla carta, il private equity può mettere sul piatto molta liquidità per favorire il rilancio dell‘economia. Mara Caverni, partner private equity leader di PricewaterhouseCoopers, parla di “oltre un trilione di dollari” di liquidità del sistema dei fondi a livello mondiale. Aliberti ha riportato una stima dell‘Aifi, l‘associazione del settore, secondo cui in Italia l‘industria del private equity potrebbe mobilitare 10 miliardi di euro.

Dunque, la crisi non ha ucciso i buyout, ma ne ha cambiato pelle. “Credo che (in futuro) vedremo operazioni più fantasiose”, spiega Aliberti di Apax, accennando a ristrutturazioni, acquisizioni di società utilizzando poca leva e operazioni insieme a investitori strategici.

A proposito di come sta cambiando la strutturazione, soprattutto finanziaria, dei deal, Paolo Vacchino, Ceo di Abacus Fund, prevede “più operazioni con vendor loan”, ma avverte che “non possiamo tornare all‘efferscenza finanziaria” pre-crisi.

Marco Belletti, responsabile M&A Italia di Société Générale Corporate and Investment Banking, sottolinea le opportunità aperte dalle attuali condizioni dei mercati finanziari, pronosticando un “maggiore ricorso a private placement e unrated bond da parte delle medie imprese”.

Evitato, insomma, il tracollo, l‘industria del private equity è pronta a ripartire, ma con caratteristiche mutate. Diversi, infatti, saranno anche i rapporti fra fondi e investitori. “Alcuni investitori hanno chiesto di ridurre l‘impegno nei fondi”, argomenta Caverni di PwC, “e ciò comporta la necessità di trovare delle soluzioni che non siano penalizzanti per gli investitori e per i gestori”.

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