October 31, 2018 / 3:13 PM / 2 months ago

Eni-Shell Nigeria, Zingales: lamentai buco governance. AD disse che paralizzavo società

MILANO, 31 ottobre (Reuters) - Luigi Zingales, da maggio 2014 a luglio 2015 membro indipendente del cda e del comitato controllo rischi di Eni, ha dichiarato o in aula ai giudici del Tribunale di Milano — davanti ai quali si celebra il processo sulle presunte tangenti Eni e Shell in Nigeria — di aver evidenziato all’epoca un “buco significativo della governance” nell’ambito del processo di acquisizione del giacimento Opl-245, di aver chiesto spiegazioni, inviato relazioni, ma che verso aprile 2015 l’AD Claudio Descalzi gli disse che quel suo “interesse e quel fare domande paralizzava la società”.

Nessun commento da parte di Eni.

Zingales, economista e professore universiario a Chicago, è stato interrogato oggi nella veste di testimone al processo in cui sono imputate le società Eni e Shell e altre 13 persone fra le quali Descalzi (nella sua veste, all’epoca dei fatti, di direttore generale della divisione Exploration e Production), l’ex AD Paolo Scaroni e l’ex presidente della Shell Foundation ed ex direttore esecutivo per esplorazione e produzione di Shell, Malcolm Brinded.

Il capo di imputazione principale è corruzione internazionale. L’accusa ipotizza il pagamento di tangenti per 1,092 miliardi di dollari su 1,3 miliardi di dollari versati nel 2011 da Eni e Shell su un conto del governo nigeriano per l’acquisto della licenza per l’esplorazione del campo petrolifero Opl-245 in Nigeria. Il periodo dei fatti contestati va dall’autunno 2009 al 2 maggio 2014.

Tutti gli imputati hanno sempre respinto le accuse, sottolineando che il prezzo dell’acquisto fu versato su un conto ufficiale del governo di Lagos, e che il successivo trasferimento di gran parte del denaro su altri conti, in particolare su quello della società Malabu (che la procura indica appartenere all’ex ministro del Petrolio Dan Etete, fra gli imputati), era al di fuori della sfera d’influenza delle società acquirenti.

“NESSUNA DUE DILIGENCE SU INTERMEDIARIO”

Zingales ha ricordato che nel momento in cui emersero le prime notizie dell’indagine chiese, come membro del comitato ccontrollo rischi, di avere i documenti sulla procedura dell’operazione. “La prima cosa che notai è che c’era un intermediario, circostanza che era al di fuori delle pratiche di Eni - ha detto ai giudici - E poi che sull’intermediario, una società gestita da Obi (Obi Emeka, mediatore nigeriano condannato il 20 settembre scorso dal Gup di Milano a quattro anni di reclusione per corruzione internazionale a conclusione del processo abbreviato sulla vicenda), per conto di Malabu, non fu fatta alcuna due diligence. Un buco significativo della governance”.

“Nella riunione di metà luglio 2014 del consiglio evidenziai le carenze informative. Poi scrissi una mail al presidente Emma Marcegaglia in cui sottolineavo le mie preoccupazioni, condivise anche dalla consigliera Karina Litvak (da denunce per diffamazione a carico di Zingales e Litvak, poi archiviate, è stata avviata una inchiesta della procura di Milano che ipotizza un depistaggio ai danni dei due ex consiglieri ad opera anche di funzionari Eni)”.

PER ZINGALES “UN MANDATO AL BUIO A OBI”

“[L’avvocato Massimo] Mantovani (all’epoca capo dell’ufficio legale di Eni) mi rispose che la procedura del tempo non contemplava la due diligence sul mediatore della controparte - ha dichiarato in Tribunale Zingales - Ma per me c’erano due problemi: non potevamo sapere se dietro Obi si nascondeva qualcun altro senza fare una due diligence; e poi Eni diede l’esclusiva a Obi senza avere una documentazione scritta che Obi avesse l’esclusiva per Malabu, titolare dei diritti dell’Opl-245. In pratica Eni dava l’esclusiva a Obi in cambio di niente”.

IL REPORT SU ETETE E MALABU

A una domanda del pm se ci fossero evidenze che l’ex ministro Etete controllasse Malabu dietro a prestanomi, Zingales ha risposto: “Scaroni disse in cda e davanti alla commissione parlamentare che non c’era alcuna evidenza. Ma era una affermazione quantomeno azzardata da parte di Scaroni, visto che in Eni avevamo il report della società indipendente Risk Advisory Report che sosteneva come fonti petrolifere nigeriane e servizi giornalsitici indicassero come dietro Malabu c’era Etete, che era peraltro minsitro del Petrolio quando l’Opl-245 venne assegnato alla società Malabu”.

PEER-TO-PEER REVIEW PER IL ‘POLIZIOTTO’

E a successiva domanda del pm se avesse parlato dei suoi dubbi con Descalzi, Zingales ha risposto. “Sì, ne parlammo in consiglio. Fu molto gentile, molto aperto. Poi verso aprile mi disse che questo mio interesse, questo fare domande paralizzava la società”.

“In seguito Karina mi disse di essere andata a cena con Descalzi, di aver parlato della vicenda e di aver tratto l’impressione che lui quasi rimpiangesse di aver fatto certe cose”.

“La cosa che a me lasciava perplesso è che a me sembrava che non accadesse che chi seguiva le regole veniva premiato e chi le infrangeva veniva punito - ha proseguito l’ex membro del Cda Eni - Questo avveniva per casi come l’Algeria, con manager Saipem che sulla vicenda non avevano seguito regole, e poi venivano assunti con posizioni migliori in Eni”.

L’esperienza di Zingales si concluse poi con le sue dimmissioni dal Cda. “Venne decisa una ‘peer-to-peer review’ - ha ricordato in aula - Che negli Stati Uniti è un modo gentile per mettere qualcuno alla porta. Da questa review fra consiglieri venne fuori che il problema ero io. Venni definito un ‘poliziotto’, uno più attento alla compliance che alla strategia. Capii che nel consiglio non potevo più avere alcuna funzione positiva, e quindi mi dimisi”.

Dopo il controesame dei difensori, da cui è emerso che poi il mandato a Obi da parte di Malabu arrivò effettivamente in Eni, un mese e mezzo dopo la concessione dell’esclusiva allo stesso Obi, il processo è stato aggiornato al prossimo 7 novembre.

(Emilio Parodi)

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