13 febbraio 2013 / 15:03 / 5 anni fa

Debito, per nuovo governo vincolo fiscal compact, occhi a Europa

Bancomat in funzione nel centro di Milano, 11 gennaio 2013. REUTERS/Alessandro Garofalo

di Luca Trogni

MILANO (Reuters) - Centocinquanta miliardi di riduzione del debito pubblico entro il 2015. E’ quanto vale l‘impegno preso dall‘Italia aderendo al fiscal compact, definizione scomparsa dal vocabolario politico nella campagna elettorale in corso ma anche dal dibattito europeo.

L‘impegno che l‘Italia si è assunta con Bruxelles lo scorso luglio, con il sì di Pdl, Pd e Udc, prevede infatti che nel triennio iniziato a gennaio l‘Italia debba ridurre in media ogni anno di un ventesimo il rapporto debito/pil, per la parte eccedente il 60% del prodotto interno lordo. Applicato all‘Italia, alle prese con un debito pubblico in area 2.000 miliardi e pari al 126% del Pil, l‘impegno vale oltre tre punti percentuali del prodotto interno loro ogni anno. Un‘impresa, se il patto non verrà ridiscusso, ai limiti dell‘impossibile per il nuovo esecutivo che governerà dalla prossima primavera l‘Italia, un paese che anche nel 2013 sperimenterà una diminuzione dell‘attività economica.

“Bisogna però dire che nel breve periodo, vista la crisi in corso, nessuno in Europa si sta muovendo” commenta l‘economista Mario Deaglio.

Un‘assenza generalizzata sul tema favorita anche dalla verifica del raggiungimento del target soltanto tra tre anni. Non solo, nella primavera 2016 Bruxelles guarderà, a fianco della performance nei tre anni precedenti, anche come, dal punto di vista dei conti pubblici, i singoli Paesi si presenteranno al triennio 2016-2018.

TEMPI LUNGHI PER DISMISSIONI IMMOBILI, ACCORDO CON SVIZZERA

Il governo Monti con la sua politica restrittiva ha portato a un avanzo primario, con pochi pari, in area 3% e introdotto in Costituzione l‘obbligo del pareggio di bilancio. Ma rimane inoppugnabile che l‘Italia debba fare ogni sforzo per ridurre un debito pubblico che nel solo 2012 ha drenato circa 90 miliardi in spesa per interessi.

Le entrate straordinarie magnificate da alcuni programmi pre-elettorali paiono di difficile realizzazione nè sono ipotizzabili, per un‘economia in recessione da oltre un anno, altre manovre pesantemente restrittive.

Un accordo una tantum con la Svizzera per tassare i capitali italiani che là hanno trovato comodo riparo è al momento molto lontano. La Ue diffida i paesi membri dal firmare accordi bilaterali in assenza di concreti passi avanti elvetici su scambio di informazione e limiti alle agevolazioni fiscali cantonali. E la Svizzera a sua volta chiede di inserire la tassazione dei capitali in un accordo più ampio che consenta una sua maggiore presenza finanziaria in Italia. Se, e in ogni caso ci vorrà del tempo, i numerosi ostacoli venissero superati, l‘importo potrebbe essere significativo, anche nell‘ordine di due punti percentuali di Pil ma ad oggi contabilizzare questa entrata sembra decisamente prematuro.

Altro cavallo di battaglia elettorale è, almeno da parte di alcuni, la dismissione del patrimonio immobiliare pubblico che si scontra, non da oggi, con la profonda crisi del settore e con la fruibilità immediata solo di una parte minima degli immobili. Solo nel medio termine è ipotizzabile la loro valorizzazione e solo in presenza di un mercato in ripresa. A oggi si può solo puntare - anche in questo caso - sulla Cassa Depositi e Prestiti, che per bocca del suo AD, ha recentemente esplicitato la sua disponibilità a fare la propria parte ma la portata del suo impegno sarebbe comunque limitata a pochi miliardi.

Restano, piuttosto sullo sfondo, le possibili dismissioni dei ‘gioelli di famiglia’, le società dei gruppi Eni ed Enel o, su tempi più lunghi, la vendita di asset ancora al 100% dello Stato, come Poste e Ferrovie dello Stato.

PROBLEMI ZONA EURO POTREBBERO AIUTARE NORME PIU’ ESPANSIVE

Il difficile quadro nazionale si inserisce in uno scenario economico europeo altrettanto problematico e che, sotto la cenere, cova potenziali mutamenti. Le scelte degli ultimi anni tutte rivolte all‘equilibrio dei conti pubblici sono state pesantemente criticate, anche da un organismo come l‘Fmi che ha aperto con decisione a politiche anti-recessive. “Molti paesi sono in condizioni difficili, l‘impressione è che il Fiscal Compact sia stato approvato in un momento di grande pressione di fronte alla crisi” commenta Deaglio. Per l‘intera zona euro l‘ultima stima della Commissione europea indica per il 2013 una crescita limitata allo 0,1%.

L‘economia zoppicante, anche in un paese come la Germania, potrebbe così affermarsi nei prossimi mesi come tema centrale più delle regole per ridurre un debito che ormai in Europa si attesta in media in area 90%, una vota e mezzo di quel tetto del 60% previsto dal Trattato di Maastricht.

Il presidente francese Francois Hollande ha già sottolineato la necessità di misure urgenti per la crescita europea ma anche Angela Merkel, in vista delle elezioni politiche di settembre, potrebbe intensificare le timide aperture sulla necessità di contribuire al rilancio dell‘economia.

Resta sul piano interno la necessità di percorrere la stretta via per favorire l‘uscita dell‘Italia dalla recessione. Un Pil in crescita, facendo crescere il denominatore del rapporto debito/Pil, avrebbe tra gli altri vantaggi quello di rendere meno pesante l‘attuazione del Fiscal Compact, riducendo l‘entità del taglio del debito necessaria con l‘attuale livello di Pil.

“Gli indicatori macroeconomici più recenti segnalano che la caduta dovrebbe essere terminata, dovrebbe iniziare una tiepida ripresa. I consumi a dicembre sono calati ma meno del mese precedente e anche dal punto di vista industriale c‘è qualche piccolo segnale” commenta Deaglio.

“Il prossimo governo dovrebbe destinare qualche risorsa a sostegno di questi timidi segnali, spiegandolo a Bruxelles. L‘auspicio è quello di innescare una risalita del Pil che, aumentando il gettito fiscale, ripaghi l‘investimento” aggiunge.

E le misure prese dal governo Monti, a partire dalla drastica riforma delle pensioni, potrebbero aiutare il nuovo governo a discutere nuove politiche con maggiore credibilità.

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