Private equity Italia, investmenti stabili in sem1, boom raccolta

giovedì 22 ottobre 2015 14:01
 

MILANO, 22 ottobre (Reuters) - L'industria del private equity in Italia ha chiuso la prima metà dell'anno con investimenti stabili in ammontare, un netto incremento della raccolta e dei disinvestimenti, numeri che fanno ben sperare per l'intero 2015.

E' quanto emerge dal resoconto sul primo semestre illustrato, nel corso di un incontro con la stampa, da Aifi (l'associazione di categoria), che ha raccolto i dati con la collaborazione di Pwc.

Il numero di operazioni è stato pari a 168, con una crescita del 21% rispetto alla prima metà del 2014, mentre l'ammontare investito è sceso del 5%, a 1,787 miliardi.

Significativo il balzo della raccolta: +206%, a 1,671 miliardi. Hanno raccolto capitali dieci operatori, tra cui tre big che hanno contribuito per l'89%; il rapporto non lo esplicita, ma, secondo quanto riferito a Reuters da diverse fonti, si tratta di Clessidra, 21 Investimenti e Charme.

Innocenzo Cipolletta, presidente di Aifi, ha spiegato il boom della raccolta con "la ripresa economica e un mercato che non offre rendimenti"; di conseguenza, gli investitori si orientano verso asset class più rischiose, come il private equity, ma che garantiscono una remunerazione più elevata.

Molto confortante il dato sulla raccolta di origine estera, pari al 43% del totale, ovvero 571 milioni. "A fine anno", ha commentato Anna Gervasoni, direttore generale di Aifi, "dovremmo arrivare a quasi 1 miliardo di capitali arrivati dall'estero", in linea con il 2014, anno in cui, però, aveva influito la raccolta del Fondo Strategico Italiano (Fsi).

Stenta a decollare il mercato del private debt: appena 40 milioni raccolti nel semestre.

Guardando alla tipologia degli investimenti, come di consueto elevato il numero delle operazioni di early stage (53), ma basso l'ammontare (20 milioni), risultato del nanismo di cui storicamente soffre il venture capital italiano. Peraltro, Gervasoni ha segnalato un fenomeno interessante, "il crescente interesse dei grandi fondi di venture capital Usa ad intervenire dopo la fase di seed capital". Se l'interesse si tramutasse in numeri, il venture capital italiano potrebbe finalmente uscire dalla fase pioneristica e assumere i connotati di industria vera e propria.

Anomalo il dato sulle operazioni di replacement (21 per 359 milioni), conseguenza della strategia di spin-off di Intesa Sanpaolo.   Continua...