23 giugno 2014 / 09:49 / 3 anni fa

PORTAFOGLI-Più opportunità su borse periferia che su Btp,Bonos-capo strategia Unicredit

* Clienti private continuano a privilegiare investimenti in bond

* Normalizzazione politica Bce non prima di 2017-2018

* Con riforme più margini da Ue su politica economica periferia

di Maria Pia Quaglia

GINEVRA, 23 giugno (Reuters) - Meglio puntare sulle piazze azionarie dei paesi periferici piuttosto che su Bonos e Btp: il margine di apprezzamento relativo è maggiore. Il profilo di rischio-rendimento dell‘Italia, in particolare, appare più attraente di quello spagnolo.

L‘indicazione arriva dalla responsabile della strategia di investimento globale di Unicredit in occasione del Reuters Wealth Management Summit di Ginevra.

“Dopo la vittoria del partito del premier Matteo Renzi alle elezioni europee, in Italia ci sono tutte le condizioni per fare le riforme necessarie a rilanciare la crescita”, dice Manuela D‘Onofrio, un passato in JP Morgan Asset Management come capo delle gestioni in Italia.

Per D‘Onofrio, che ha creato la divisione di Private Banking della Banca Popolare di Milano, l‘agenda delle riforme in Italia dovrebbe vedere al primo posto interventi su flessibilità e costo del lavoro, l‘efficienza del sistema giudiziario e l‘evasione fiscale, in particolare dell‘Iva.

Il portafoglio azionario Europa del gruppo, rispetto all‘anno scorso quando era concentrato su titoli di società con elevate prospettive di crescita, è stato ribilanciato con azioni di aziende generose con i propri soci.

“Gli utili delle aziende della periferia sono stati molto deludenti negli ultimi quattro, cinque anni: c‘è spazio quindi per sorprese positive”, sottolinea il manager.

Non solo: sempre nella zona euro le banche dei paesi considerati più fragili dovrebbero beneficiare della politica monetaria ancora più accomodante della Banca centrale europea e uscire rafforzate dall‘asset quality review. In presenza di un‘inflazione che resterà sotto l‘obiettivo Bce, inoltre, il contesto è destinato a restare espansivo almeno fino al 2017-2018.

“La Bce resterà espansiva fino a quando l‘economia non si sarà ripresa, la disoccupazione sarà scesa e i cittadini dell‘Europa inizieranno ad apprezzare i vantaggi (di essere parte) dell‘Unione Europea”, predice D‘Onofrio.

E con l‘implementazione delle riforme nei paesi periferici, le nazioni “core” dovrebbero essere più inclini a concedere “più tempo per ridurre deficit e debito in linea con il fiscal compact”. Ovvero margini di manovra alla politica economica per liberare risorse da destinare a investimenti in infrastrutture, ricerca e istruzione.

“Non si può curare la disoccupazione solo con la politica monetaria”, aggiunge.

Allargando il campo all‘asset allocation globale, Unicredit ha recentemente iniziato a ricostruire l‘esposizione ai mercati emergenti, rigorosamente attraverso fondi ed in maniera molto selettiva.

“L‘investimento va valutato su base regionale, bisogna fare attenzione ai paesi con deficit elevato delle partite correnti e le cui banche centrali non sono complementamente libere nella gestione della politica monetaria”, puntualizza D‘Onofrio.

CLIENTI RESTANO LIQUIDI PER IL 10% DEL PORTAFOGLIO

Ma i facoltosi clienti del private banking restano riluttanti a investire nelle borse, preferendo di gran lunga il reddito fisso.

“Per vedere un investimento più coraggioso nell‘azionario occorre che le obbligazioni diano ritorni nulli o negativi”, secondo D‘Onofrio. “Negli ultimi quattordici anni ci sono stati due periodi di correzione importanti delle borse e il ricordo è ancora fresco”.

La gestione obbligazionaria si tiene alla larga dai Treasuries Usa dal gennaio 2009, quando la Federal Reserve ha iniziato il programma di acquisto di asset sul secondario, il cosiddetto “quantitative easing”. “Da allora abbiamo deciso di scommettere sul carry trade e puntare su tutto quello che aveva uno spread”, spiega il manager.

Per D‘Onofrio, approdata in Unicredit come chief investment officer della banca privata italiana e poi diventata, l‘anno scorso, capo della strategia di investimento globale del gruppo con poco meno di 140 miliardi di euro in gestione in Europa (di cui 80 miliardi nella Penisola), la liquidità nei portafogli dei clienti privati “resta elevata e pari al 10%”.

Solo il 35% è dedicato all‘equity, una percentuale salita lentamente e gradualmente rispetto al 25% del settembre 2012, quando il comitato investimenti presieduto dal manager ha deciso di aumentare il peso dell‘azionario soprattutto in Europa.

La promessa della Banca centrale europea di intervenire sul secondario, acquistando il debito dei paesi più vulnerabili con il cosiddetto OMT (Outright Monetary Transactions), aveva infatti scongiurato allora lo sgretolamento della zona euro.

Un timore, quest‘ultimo, che aveva peraltro spinto nuovi clienti verso la divisione private di Unicredit considerata, in qualità di banca sistemica, un porto sicuro nella tempesta che ha messo a dura prova la sopravvivenza della valuta unica.

In cima alle preoccupazioni dei clienti privati, tipicamente quelli con asset investibili per un controvalore di almeno 500.000 euro, c‘è il futuro dell‘Italia.

“Il Paese uscirà da questa terribile recessione? I miei figli troveranno un lavoro? Saranno in grado di gestire il business di famiglia?”, sono le domande più comuni che D‘Onofrio si sente rivolgere.

Ma oggi i tempi sono maturi per un cambiamento: in Italia si sta facendo largo la consapevolezza che “il modello economico, come è adesso, non è sostenibile, non dà futuro ai giovani”, dice D‘Onofrio, citando la disoccupazione giovanile italiana al 40%. “Questa consapevolezza è diffusa adesso anche nella classe media italiana, che è quella che orienta le decisioni dei governi”.

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