21 gennaio 2008 / 16:14 / 10 anni fa

I FONDI DOPO DRAGHI - Il parere di Arca, Anima e Bipiemme

MILANO, 21 gennaio (Reuters) - In attesa che parta la task force suggerita dal governatore di Bankitalia per aggredire una volta per tutte il declino, quasi solo italiano, dei fondi comuni, i nostri gestori mostrano di condividere i timori di Mario Draghi ma rivendicano qualche passo avanti già compiuto.

Non sono una novità nè la crisi della raccolta - solo grazie ai fondi esteri il rosso 2007 del sistema Italia resta a quota 50 miliardi - nè l‘attivismo su questi temi del governatore.

Ma la forza della sottolineatura sulla “delusione”, la maggiore ampiezza che l‘argomento ha meritato nel testo scritto di Draghi e il lancio del nuovo tavolo dicono chiaro che questa volta la “suasion” della banca centrale si fa molto concreta.

Sui suggerimenti di Draghi (vedi [nL19404819]) Reuters avvia una raccolta di pareri tra i maggiori operatori - sia big che di nicchia - che parte oggi con le risposte di Attilio Ferrari, AD di Arca, Alberto Foà di Anima e Maurizio Riboni, direttore commerciale di Bipiemme Gestioni.

DOMANDA - L‘eliminazione dello squilibrio fiscale che penalizza i fondi italiani rispetto agli esteri contribuirebbe a frenare l‘emorragia della raccolta?

FERRARI - Da sola no. Draghi ha presentato un quadro complessivo delle necessità di intervento in cui l‘eliminazione dello squilibrio fiscale ha ruolo rilevante e complementare rispetto ad altre misure. Il punto di partenza per superare il gap tra italiani ed esteri sta in una volontà forte del sistema bancario di investire su di noi (sgr)”.

FOA’ - ”L‘eliminazione è un atto dovuto e contribuirebbe a diminuire l‘emorragia. Oggi (solo nel nostro paese) c’è una distorsione assurda per cui lo stesso strumento a seconda che sia italiano o straniero è piu o meno avvantaggiato. I fondi italiani (di fatto sono) inesportabili all‘estero perche oggettivamente meno convenienti.

RIBONI - Il passaggio a un sistema di tassazione analogo a quello dei concorrenti europei porterebbe sicuro giovamento. I fondi rimangono comunque lo strumento più trasparente e sicuro per la gestione del risparmio. Andrebbe impostato un confronto con altre categorie di strumenti d‘investimento, spesso protetti proprio da una mancanza di trasparenza.

DOMANDA - Draghi ha più volte suggerito maggiore indipendenza delle sgr e maggiore specializzazione all‘interno delle società di gestione: in Italia è proponibile una vera separazione delle sgr dalle banche controllanti?

FERRARI - Proponibile e anche auspicabile. Ma senza un sistema importante di previdenza complementare la separazione non può decollare. I due punti cardinali da cui parte tutto sono MIFID e riforma del sistema di previdenza complementare.

FOA’ - Questo è un tema prioritario e certamente proponibile: qualcosa, peraltro, negli ultimi 10 anni, è migliorata, per esempio l‘industria è meno integrata e le banche offrono anche prodotti altrui.

Ma il problema vero è che la banca, oggi, ha il monopolio del contatto col cliente e dirige i flussi di risparmio dove vuole. Non è nemmeno un problema di concorrenza tra fondi di casa e di terzi, il fatto è che le banche non vendono più fondi ma strumenti meno efficienti per il risparmiatore (perche hanno costi meno trasparenti) e piu convenienti per loro.

RIBONI - Bipiemme Gestioni (come indica Draghi) persegue già una strategia di ampliamento e diversificazione dei canali distributivi e circa il 10% del patrimonio gestito dai nostri fondi fa capo a collocatori esterni. Inoltre abbiamo un socio esterno al gruppo, Banca Etruria, nella compagine azionaria.

DOMANDA - Quanto è realizzabile una vera apertura delle reti distributive bancarie - già adottata da istituti più piccoli - da parte dei grandi gruppi italiani?

FERRARI - Bisognerebbe chiedere a Profumo e Passera, alla fine sono loro i titolari del potere di indirizzo delle grandi organizzazioni bancarie. Al momento mi pare che abbiano altre priorità, tutte sul fronte M&A. FOA’ - Non è tanto che manca l‘apertura, ma - ripeto - che le banche non vendono più i fondi (nè loro nè di terzi).

DOMANDA - Quanti gruppi italiani sarebbero in grado di assumersi il ruolo di grandi gestori indipendenti con ambizioni internazionali?

FERRARI - Sempre quei due, se non lo fanno loro...

FOA’ - Le sgr appartenenti ai grandi gruppi non hanno nel DNA la capacità di cercarsi i clienti, si siedono su quelli della banca. Ci vogliono sgr in grado di svilupparsi al di fuori degli istituti bancari. Se gli si desse la possibilità, ce ne sarebbero molte, anche qui come all‘estero: non siamo più scemi degli altri.

RIBONI - Ci sarebbe spazio per massimo 4-5 gestori con ambizioni internazionali.

DOMANDA - Per come sono strutturati costi e profitti nel settore, sul mercato italiano è sostenibile la creazione di una categoria ampia di operatori - non semplicemente promotori - che si occupino solo di commercializzazione e consulenza?

FERRARI - Mi sembra molto difficile. I consulenti indipendenti sono nati nel mondo anglosassone dove le regole del gioco sono molto diverse rispetto a quelle italiane. Noi siamo molto indietro, proprio ai primi passi. La nostra possibilità di riscatto dipende dalla volontà delle grandi banche di investire in consulenza e finora, MIFID a parte, questa volontà non è stata evidente in nessun angolo del mondo del risparmio gestito.

FOA’ - Certo che sì, qualcuno c’è già.

RIBONI - Questo ruolo è stato svolto negli ultimi anni soprattutto dalle reti di promotori. Con le novità introdotte dalla normativa Mifid è, però, possibile che si vengano a creare nuovi spazi, che ricalchino più da vicino il mercato americano.

ha collaborato Elisabetta Andreis

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