PORTAFOGLI-Decoupling, fondi cauti ma emerging meno vulnerabili

lunedì 3 marzo 2008 14:18
 

MILANO, 3 marzo (Reuters) - Se è vero che la globalizzazione della crisi ha vanificato il "decoupling" - cioè il disallineamento fra l'andamento delle economie sviluppate e quelle emergenti - e che nessun mercato è immune dai problemi del credito americano, le borse dei paesi in via di sviluppo hanno dimostrato di essere meno vulnerabili di un tempo e restano territori di opportunità.

Lo scenario di un decoupling non influenza le scelte di investimento di quattro dei nove gestori che hanno preso parte questo mese al consueto sondaggio Reuters-Lipper, condizionando viceversa il posizionamento del portafoglio di tre asset manager.

Sella Gestioni e Pioneer Asset Management hanno posizioni più sfumate. La prima gioca la carta del decoupling, ma solo "in un'ottica temporale di medio termine".

Per la casa di investimento che fa capo al gruppo Unicredit (CRDI.MI: Quotazione), invece, "il decoupling si è rivelato uno scenario superficialmente ottimistico, ma il calo dell'impatto degli Usa sul resto del mondo comunque esiste: per questo abbiamo un sovrappeso degli emergenti nella nostra asset allocation".

Crédit Agricole Asset Management sgr ritiene "impossibile" un completo sganciamento dei mercati emergenti dalle sorti delle economie sviluppate, tesi sostenuta di recente anche dal numero uno del Fondo Monetario Internazionale Dominique Strauss-Kahn. Ma "allo stesso tempo pensiamo che gli emergenti possano comportarsi meglio perchè i loro fondamentali sono più solidi rispetto al passato", spiega Sergio Bertoncini, responsabile strategia di credito della casa francese. Una convinzione che si traduce in un'esposizione alle aree 'core' come gli Stati Uniti e in una "limitata" esposizione a comparti emergenti "che hanno tassi di crescita più alti e una situazione di riserve e bilancio commerciale migliorata rispetto al passato".

Anche fra i paesi emergenti è necessario tuttavia fare delle differenze. Crédit Agricole AM privilegia, a livello strategico, i mercati dell'Asia-Pacifico a scapito di quelli sudamericani più condizionati, per ragioni storiche, dall'andamento dell'economia statunitense.