19 novembre 2015 / 15:37 / 2 anni fa

Telecom, richieste Vivendi per cda potrebbero incontrare opposizione fondi

di Maria Pia Quaglia

MILANO, 19 novembre (Reuters) - Il cambio di marcia di Vivendi nei confronti di Telecom Italia non sembra aver sorpreso il governo di Roma; ma la forte presenza chiesta dal gruppo media francese in consiglio suscita preoccupazione fra le minoranze istituzionali, rendendo meno scontata la sua approvazione all'assemblea del 15 di dicembre.

Venerdì scorso il gruppo guidato da Vincent Bolloré ha chiesto che il cda Telecom venga portato a 17 membri e che quattro importanti uomini del mondo della finanza e dell'economia francese, tre dei quali attuali manager di Vivendi, entrino nel board come suoi rappresentanti sebbene fino a settembre avesse mandato segnali più neutrali sul tema della rappresentanza.

Il cambio di marcia è arrivato dopo il blitz su Telecom Italia dell'imprenditore francese Xavier Niel, che a ottobre ha dichiarato posizioni lunghe sul 15% del gruppo italiano, e la decisione del management di convertire le risparmio in ordinarie per una diluizione complessiva del 30%.

Vero è che con 4 membri su 17, Vivendi peserà nel cda per circa il 25%, contro una partecipazione al capitale del 20% che si diluirà a sotto il 14% dopo la conversione delle risparmio.

Una "sovrarappresentazione" che, secondo alcuni esperti di governo societario, rappresenta un passo indietro nel percorso compiuto da Telecom verso un consiglio più snello e con una maggiore presenza di indipendenti. In particolare il Comitato dei Gestori, che ora pesa in cda per il 20%, vedrebbe "diluito" il proprio peso a tutela delle minoranze e sta valutando il da farsi. La lista dei gestori aveva ricevuto il 50,28% dei voti espressi nell'assemblea di aprile 2014.

"Diciassette è un numero piuttosto elevato, noi come guidelines tendiamo a limitare ad un massimo di 15 consiglieri perchè un numero superiore rende il consiglio poco gestibile e dispersivo", sottolinea Sergio Carbonara, fondatore di Frontis Governance.

Non manca poi il rischio che una così forte presenza in consiglio di una società con un business contiguo "possa portare avanti interessi che potrebbero essere in potenziale conflitto con quelli di Telecom", ha aggiunto Carbonara.

Le raccomandazioni di voto dei principali proxy adviser internazionali, che generalmente orientano le scelte degli investitori esteri in assemblea, si sapranno solo a inizio dicembre. Secondo Carbonara, i fondi potrebbero avere oggi più della metà del capitale Telecom e, stando alle presenze all'ultima ordinanza, rappresentare in assemblea almeno un 30% dei presenti.

Il mercato si domanda anche se le azioni sottostanti i derivati acquistati da Niel possano avere limitazioni al voto in assemblea nonostante il finanziere francese abbia dichiarato "di non avere disponibilità di diritti di voto né la possibilità di influenzare l'esercizio di tali diritti".

Il governo intanto sembra avere adottato una politica di basso profilo.

"Solo gli stupidi credono che un investitore spenda soldi in un'azienda senza contare", ha detto a Reuters nei giorni scorsi una fonte di governo commentando la mossa di Bollorè.

Il governo di Matteo Renzi ha fatto dell'apertura del paese agli investimenti stranieri uno dei punti cruciali della sua politica economica. Da quando l'ex sindaco di Firenze è a palazzo Chigi il governo ha ceduto Ansaldo ai giapponesi di Hitachi e il 35% di Cdp Reti, che detiene una partecipazione del 30% del capitale di Snam e del 29,851% del capitale di Terna ai cinesi di State Grid Corporation of China.

Dal ministero dell'Industria dicono che non si guarda alla bandiera ma a investimenti, rete e occupazione.

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