PUNTO 1-A2A, prove di accordi in Lombardia con Acsm e Lgh, il ruolo di Fsi

mercoledì 4 febbraio 2015 15:21
 

* Valotti: per ora no tavoli aperti con utility, ma solo confronti

* Tamagnini: Comuni si aprano a capitale di rischio, interesse Fsi (Riscrive, aggiunge altri dettagli)

di Giancarlo Navach

MILANO, 4 febbraio (Reuters) - Il presidente di A2A, Giovanni Valotti, sta tessendo la sua tela per convincere le amministrazioni comunali a realizzare un polo delle aziende energetiche in Lombardia che abbia al centro la superutility di Milano e Brescia. I tempi stringono e sono dettati dalla legge di stabilità, che prevede la razionalizzazione delle numerose utility italiane, mentre il Fondo strategico italiano (Cdp) è pronto a investire, sempre che i comuni decidano di valorizzare le loro quote.

Il piano dovrebbe prevedere accordi fra A2A e Acsm-Agam , la multiutility di Como e Monza di cui A2A detiene il 21% del capitale, o la più grande Linea Group Holding (Lgh) che rappresenta l'area a sud della Lombardia (Cremona, Pavia, Lodi e Rovato). Un modello simile a quello di Hera che mantenga il radicamento territoriale delle aziende coinvolte.

"Non penso che le aggregazioni si facciano per legge o per via normativa, ma solo se creano valore per tutti i soggetti interessati", ha sottolineato il presidente di A2A in un convegno sulle utility. Chiaro il riferimento agli incentivi previsti dalla legge di stabilità ai comuni che decidono di dismettere le loro quote.

Non ci sarà alcun annuncio di un'acquisizione nel piano industriale pluriennale, che sarà presentato al mercato il prossimo 10 aprile, anche perché la sensazione è che un'intesa con i soci pubblici non c'è ancora e, forse, fatica ad arrivare: con Acsm-Agam e Linea Group "attualmente non ci sono tavoli aperti, ma abbiamo occasioni di confronto. Siamo nella fase di capire se c'è interesse da parte dei vari soggetti lombardi", ha aggiunto in riferimento a eventuali trattative per una fusione con queste due aziende.

Dice Valotti, "la mia idea non è che A2A compri le aziende, ma che restino radicate sul territorio. Un modello molto più spinto di quello di Hera".

La multiutility di Bologna è l'unica azienda che è riuscita ad aggregare altre realtà attigue, anche fuori dall'Emilia Romagna, mantenendo il controllo pubblico con il 51% del capitale attraverso un patto di sindacato fra i principali soci pubblici. Allo studio c'è la discesa dei comuni fino al 35% del capitale, senza perdere il controllo pubblico, liberando preziose risorse per le amministrazioni coinvolte.

E non è un caso che Hera sia l'unica azienda in cui il Fondo della Cdp ha investito 110 milioni di euro per poi uscirne difronte all'interesse di altri sottoscrittori: "Sono i Comuni a dover decidere di valorizzare le loro quote aprendosi al capitale di rischio dell'Fsi, noi non siamo i proprietari delle utility", ha detto l'AD del fondo, Maurizio Tamagnini.

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