Acea, Marino lontano da soluzione su cda, senza accordo revoca-fonte

mercoledì 7 maggio 2014 20:00
 

di Stefano Bernabei

ROMA, 7 maggio (Reuters) - Alla vigilia del consiglio di Acea che domani approverà la trimestrale è "lontanissimo" da una soluzione il ribaltone nel consiglio di amministrazione che il sindaco di Roma e primo azionista con il 51% ha deciso di attuare con l'assemblea di bilancio del prossimo 5 giugno.

Una fonte, che è direttamente coinvolta in questa vicenda, ha spiegato a Reuters che "senza un accordo che oggi è assolutamente lontano e che deve coinvolgere tutti i soci e l'intero consiglio uscente, l'unica alternativa praticabile per il sindaco Ignazio Marino è imporre la revoca in assemblea".

"Ci sono tre settimane circa per trovare una soluzione con un accordo transattivo che ad oggi non esiste", aggiunge, spiegando che questo accordo deve riguardare i soci e i consiglieri nella loro globalità.

Una fonte del comune dice che "l'argomento è all'ordine del giorno dell'assemblea del 5 giugno e per una soluzione c'è ancora tempo".

Acea è controllata dal Comune di Roma al 51% e ha due soci privati forti: Caltagirone con circa il 16% e Suez con il 12,5%. Il consiglio di 9 persone è formato da 5 rappresentanti espressi dal Comune, incluso il presidente, e due ciascuno per i soci privati. Marino, che è in carica ma si è trovato il consiglio nominato già dal suo predecessore e antagonista politico di centrodestra Gianni Alemanno, ha presentato un ordine del giorno per la prossima assemblea per ridurre il numero dei consiglieri poi nominare il nuovo cda e il nuovo presidente.

Ha già indicato, informalmente, i nomi del nuovo Ad Alberto Irace che dovrebbe sostituire Paolo Gallo e della presidente Catia Tomassetti, che prenderebbe il posto di Giancarlo Cremonesi. Marino ha anche indicato gli altri consiglieri che sostituirebbero i tre di nomina pubblica.

Le soluzioni sul tappeto, spiega la fonte, devono passare per un accordo che induca l'intero consiglio a presentare le dimissioni, oppure trovare l'accordo per avere le dimissioni della maggioranza del consiglio e quindi, applicando la clausola simul stabunt simul cadent, far decadere l'intero cda.

In questo secondo caso però non possono esserci soluzioni, che la fonte definisce "pasticciate", perché i consiglieri che venissero fatti decadere non volontariamente farebbero facilmente ricorso in Tribunale, dove non mancano i precedenti, che i legali delle parti coinvolte hanno già ampiamente scandagliato. Per esempio al Tribunale di Milano, caso Cucchi del 28 luglio 2010, dove il tentativo di fare accordi con alcuni consiglieri per applicare questa clausola del simul cadent allo scopo di far decadere un intero consiglio è finito male. Il giudice ha equiparato la decadenza dei consiglieri a una revoca, con un risarcimento aggravato anche dal tentativo fraudolento.   Continua...