8 aprile 2014 / 14:12 / tra 3 anni

PUNTO 1-Processo Scarano-Ior, testimoniano armatori D'Amico, scontro con la corte

* D‘Amico rispondono solo dopo eccezione difesa monsignore

* Gli armatori: a Scarano solo soldi per opere di bene

* Per pm Salerno al religioso 5 mln euro in 6 anni, anche da conti off shore (Aggiunge commento difesa Scarano)

di Massimiliano Di Giorgio

ROMA, 8 aprile (Reuters) - Al processo contro Nunzio Scarano, il religioso accusato di aver cercato di rimpatriare dalla Svizzera una ventina di milioni di euro frutto di evasione fiscale, hanno testimoniato oggi Paolo e Cesare D‘Amico spiegando di aver dato al monsignore soldi sempre solo per opere di bene o per aiutarlo finanziariamente.

I due cugini, a capo della “D‘Amico Società di navigazione Spa”, l‘holding che controlla “D‘Amico International Shipping” , sono indagati per evasione fiscale dalla Procura di Roma, che ritiene siano i proprietari della somma che Scarano e i suoi complici - il broker Giovanni Carenzio, imputato con Scarano e l‘ex agente dei servizi segreti Giovanni Zito - avrebbero dovuto riportare in Italia.

Proprio per la loro posizione di indagati in un procedimento connesso, i D‘Amico - che hanno sempre respinto ogni addebito - avrebbero voluto avvalersi della facoltà di non rispondere. Ma un‘eccezione sollevata dalla difesa di Scarano - il quale ai magistrati ha detto di aver agito per conto degli armatori - è stata in parte accettata dalla corte, che ha invitato i due testimoni a rispondere alle domande non direttamente riguardanti le vicende per cui sono indagati.

“Siamo soddisfatti”, ha detto dopo l‘udienza a Reuters l‘avvocato Francesco Caroleo Grimaldi, che difende il religioso. “Attraverso le dichiarazioni dei D‘Amico è emersa la reale posizione di Scarano in questo processo”.

GLI AVVOCATI DEI D‘AMICO SI OPPONGONO

La decisione della corte ha però ha provocato la dura reazione degli avvocati dei D‘Amico, che hanno annunciato opposizione praticamente a tutte le domande del pubblico ministero e delle altre parti.

Scarano, Zito e Carenzio sono stati arrestati il 28 giugno 2013 su richiesta della Procura di Roma. Il religioso ha lavorato per oltre 20 anni all‘Apsa, l‘Amministrazione del patrimonio della sede apostolica, ma è stato sospeso un mese prima dell‘arresto, dopo che dirigenti vaticani avevano appreso che era indagato in un‘altra inchiesta per violazione delle leggi sul riciclaggio a Salerno.

Detentore di diversi conti dello Ior (poi congelati dal Vaticano), Scarano era anche vicino agli ex direttore e vice direttore dell‘istituto, Paolo Cipriani e Massimo Tulli, che hanno dato le dimissioni quattro giorni dopo il suo arresto.

Secondo l‘accusa, i tre imputati avrebbero cercato di fare rientrare in Italia una ventina di milioni di euro utilizzando un aereo a disposizione dei servizi segreti italiani, grazie alla collaborazione di Zito, che avrebbe poi preteso oltre 400.000 euro tra spese e compenso.

I 20 milioni, ha spiegato ai magistrati Scarano nei mesi scorsi, sarebbero venuti proprio dai D‘Amico, che li avevano precedentemente affidati a Carenzio. La “missione” di recupero del denaro nascosto fu però abortita all‘ultimo momento per una serie di imprevisti e per la mancata collaborazione del broker.

Oggi in aula i D‘Amico hanno raccontato di aver dato a Scarano diversi soldi, senza indicare una somma precisa, nel corso di un‘amicizia durata un decennio. Gran parte dei versamenti sarebbero andati per finanziare opere di carità e restauri di edifici religiosi a Salerno. Una parte però, ha detto Paolo D‘Amico, sarebbero serviti ad aiutare il religioso a ripagare i suoi numerosi debiti. Anche se Scarano risulta attualmente proprietario di appartamenti, quadri d‘autore e beni di lusso.

L‘imprenditore ha anche ammesso di aver dato denaro a Carenzio, ma a titolo di prestito, in cambio di un interesse vantaggioso, spiegando però di non aver mai ottenuto indietro la somma concessa, ma solo una parte.

Cesare D‘Amico ha invece parlato di un “investimento” affidato a Carenzio, ma ha detto di non ricordare i dettagli dell‘operazione, pur assicurando di non essere mai rientrato in possesso dei soldi.

Entrambi i cugini hanno detto di essersi rivolti a Scarano perché li aiutasse a farsi restituire le somme affidate a Carenzio, ma di non aver versato al religioso un compenso per questo. Anche se Cesare D‘Amico ha ricordato che il cugino diede al religioso 200.000 euro perché aveva un debito con Zito.

Gli armatori hanno ammesso di non aver denunciato Carenzio - sposato con una spagnola di famiglia aristocratica e facoltosa - alla giustizia né in Spagna né in Italia perché pensavano di poter recuperare la somma per altra via. Peraltro, il nome del broker non compariva ufficialmente nella società a cui erano finiti i bonifici.

I CONTI DEGLI ARMATORI SECONDO I MAGISTRATI

Complessivamente, i due D‘Amico e altri parenti avrebbero affidato a Carenzio una decina di milioni di euro, finiti in una banca delle Canarie. I magistrati, sulla base di alcune intercettazioni, parlano invece di almeno 20, se non addirittura 40, milioni di euro. Cioè la somma che avrebbe poi dovuto essere recuperata in Svizzera.

Secondo la procura di Salerno - che a gennaio ha disposto l‘arresto di Scarano ai domiciliari in un nuovo capitolo dell‘inchiesta per riciclaggio - i D‘Amico avrebbero usato anche società off shore per foraggiare i conti del religioso presso lo Ior e all‘Unicredit, versando fino a 100.000 euro al mese. Denaro che circolava attraverso passaggi estero su estero, su conti garantiti dall‘anonimato. Ma grazie alle intercettazioni, gli inquirenti ritengono che sia tutto riconducibile ai D‘Amico: 5 milioni di euro tra il 2006 e il 2013.

Denaro “molto probabilmente provento dei delitti di evasione fiscale”, dicono i pm di Salerno nell‘atto di richiesta delle misure cautelari.

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