10 marzo 2014 / 08:18 / tra 4 anni

DOSSIER-Electrolux, le lavatrici di Porcia test su futuro industria italiana

di Danilo Masoni e Francesca Piscioneri

PORCIA, 10 marzo (Reuters) - La fabbrica Electrolux di Porcia, in Friuli, ha ridotto di poco meno della metà la produzione di lavatrici rispetto all‘introduzione dell‘euro, a fine anni 90. E la battaglia per la sopravvivenza di questo stabilimento - situato ben lontano dalle aree depresse del Mezzogiorno - è diventata la cartina di tornasole del futuro industriale italiano.

Per gestire la crisi e contrastare gli agguerriti concorrenti turchi e coreani, la multinazionale svedese degli elettrodomestici - proprietaria di altri tre siti oltre a Porcia dislocati tra Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna - ha annunciato a fine gennaio un piano industriale che taglia il costo del lavoro, ritenuto insostenibile, del 15% fino al 2017 per 5.000 dipendenti. Salvi i circa 1.000 lavoratori cosiddetti ‘professional’, che producono per alberghi e grandi strutture.

Come ha ammesso di recente l‘Ad in Italia del gruppo, Ernesto Ferrario, “cinque anni fa [la sudcoreana] Samsung era un puntino all‘orizzonte, ora è il competitor più aggressivo”.

Il piano di gennaio mirava a ridurre i costi tagliando l‘orario e alcune voci salariali, con un impatto sugli stipendi del 40%, secondo i sindacati. A rischio anche la sopravvivenza di Porcia, lo stabilimento principale in Italia con 1.200 occupati, non menzionato nel piano triennale.

“Non sopravviveremo. Se la fabbrica chiude, centinaia di capi famiglia saranno fuori dal mondo del lavoro e le alternative per chi esce dall‘Electrolux sono pari a zero”, ha detto Annarita Licci, operaia Electrolux di 38 anni, trasferitasi al Nord nel 2000, quando l‘Italia con la Germania era leader mondiale nell‘esportazione di elettrodomestici.

Da allora, la produzione si è costantemente ridotta e l‘Italia ha perso posizioni scendendo al terzo posto, staccata di molto dalla Cina, che ha conquistato oltre un terzo di un mercato da 100 miliardi di euro.

Tale brusca flessione si è abbattuta anche sullo stabilimento friulano. Annarita racconta a Reuters che lo scorso anno il suo compagno ha accettato la buonuscita e oggi, se l‘azienda dovesse ridurle il salario (1.000 euro) di ulteriori 130 euro - in base alle stime del primo piano industriale - non saprebbe come arrivare a fine mese, considerando i 900 euro da distribuire tra mutuo, bollette e spese scolastiche per i due figli di 9 e 7 anni.

“La società vuole tagliare il costo del lavoro e ridurci alla fame. Ma perché invece non investe per migliorare il prodotto?”, si domanda.

A seguito delle pressioni di lavoratori, sindacati e governo, Electrolux ha presentato a metà febbraio un nuovo piano che promette investimenti complessivi per 150 milioni di euro nel triennio, di cui 32 milioni a Porcia, a patto che il governo tenda una mano. Come? Rifinanziando una legge degli anni 90, utilizzata fino al 2005, che prevede una decontribuzione per le aziende che utilizzino i contratti di solidarietà come nel caso Electrolux dove l‘azienda paga 6 ore di lavoro al giorno, e altre 2 sono coperte dallo Stato.

La vertenza Electrolux si è scontrata con l‘ennesima turbolenza della politica italiana che ha portato all‘insediamento di un nuovo esecutivo. E’ ancora da verificare con il neo ministro dello Sviluppo, Federica Guidi, in sella da circa due settimane, se sarà possibile usufruire di tale intervento data la penuria di risorse del bilancio pubblico.

Il premier Matteo Renzi ha promesso una riduzione del cuneo fiscale - il gap tra il salario lordo e netto a causa delle tasse e dei contributi sul lavoro - a due cifre, intorno ai 10 miliardi.

Secondo stime Ocse di ottobre, in Italia il cuneo è pari al 47,6% nel 2012 per un single senza figli, contro il 35,6% della media generale, dato in crescita dello 0,5% nel periodo 2000-2012, contro il -1,1% degli altri.

DEFLAZIONE INTERNA PER ESSERE COMPETITIVI?

La battaglia sui salari di Electrolux riflette uno dei dilemmi più pressanti nei Paesi del Sud Europa: la necessità di tagliare i costi e contestualmente rilanciare la crescita.

Le aziende dell‘area hanno infatti difficoltà a competere a livello globale a causa di prezzi e salari superiori alla produttività. Venuta meno la leva del deprezzamento della moneta, l‘alternativa sembra essere la svalutazione interna.

Spagna, Grecia e Portogallo hanno tagliato i salari e facilitato assunzioni e licenziamenti consentendo alle aziende di ridurre i prezzi dei prodotti. Ciò ha consentito alla Spagna, di tornare alla crescita per la prima volta dal 2007.

L‘Italia ha chiuso il 2013 con un Pil in calo dell‘1,9%.

Il rischio di un intervento del genere è quello di portare a una ulteriore contrazione dei già deboli consumi interni perché i salari diminuiscono innescando quella che gli economisti definiscono ‘spirale deflattiva’: i consumatori smettono di fare acquisti nell‘aspettativa che i prezzi continuino a calare, un circolo vizioso che alimenta la recessione.

Drammatico il precedente giapponese, Paese che solo ora rialza la testa dopo due decenni di deflazione. E anche in Spagna si teme che il taglio del costo del lavoro abbatta la capacità di spesa, minacciando la ripresa nel lungo periodo.

Se l‘inflazione aiuta uno Stato a ridurre il debito pubblico aumentando la liquidità a disposizione per ripagarlo, al contrario, la deflazione fa salire il costo del denaro e complica l‘attività di finanziamento dei governi oltre che quella di investimento dei privati.

Tale problema riguarda da vicino l‘Italia che detiene il secondo debito pubblico della zona euro dopo la Grecia in rapporto al Pil con una percentuale al 132,6% nel 2013, il massimo dal 1990.

“Una politica deflazionistica sui salari credo sia pericolosa: la cosa più grave è che così si deprimono i consumi in un momento in cui siamo già in presenza di una crisi della domanda”, ha detto Carlo Devillanova, professore di economia all‘università Bocconi di Milano.

Una soluzione alternativa potrebbe arrivare dalla Germania - primo esportatore europeo - qualora mettesse in campo politiche per spingere i propri consumi interni e incoraggiare un aumento delle importazioni.

La Bce, poi, potrebbe fare di più per stimolare le economie del Sud Europa e consentire un incremento dell‘inflazione rispetto allo 0,8% attuale, minimo storico.

Due scenari poco realistici. Il presidente della Bce, Mario Draghi, ha di recente dato il benvenuto al “relativo aggiustamento dei prezzi” in Spagna, Grecia e Portogallo.

In Italia, invece, il costo unitario del lavoro, secondo Eurostat, è cresciuto del 4,2% a 102,9 punti dal 2000 al 2012, a fronte di un calo del 2,8% della media Ue nello stesso periodo.

Oltre a un elevato costo del lavoro, le imprese lamentano anche una eccessiva rigidità delle norme contrattuali che rendono difficile adeguare i salari e gli orari alle fluttuazioni dell‘economia. Emblematica la scelta della Fiat di Sergio Marchionne che nel 2011 ha subordinato gli investimenti in Italia alla stipula di un accordo aziendale più flessibile del contratto nazionale.

SOLUZIONE STA IN RICERCA E PRODOTTI INNOVATIVI

A questi problemi, si aggiunge la mancanza di investimenti adeguati in ricerca e sviluppo - ai minimi tra i Paesi sviluppati - che impedisce di immettere sul mercato prodotti di alta gamma, come le auto tedesche esportate nel mondo.

Quando nel 1984 gli svedesi di Electrolux acquisirono le attività da Zanussi, la famiglia versava in dissesto finanziario ma i prodotti tiravano e l‘Italia era con la Germania il primo esportatore nel ‘bianco’.

Fondata da Antonio Zanussi a Pordenone nel 1916, l‘azienda cominciò a trasformarsi in leader degli elettrodomestici dopo la seconda guerra mondiale, negli anni del cosiddetto miracolo economico, ad opera di uno dei figli del patron, Lino Zanussi. In questo quadro di espansione, nel 1954 nacque lo stabilimento di lavatrici di Porcia.

Negli anni ‘80 la produzione di elettrodomestici era intorno a 15 milioni di pezzi e ha raggiunto il suo picco negli anni ‘90, raddoppiando a 30 milioni. “Da allora c‘è stato un declino su base annuale che ha portato oggi a essere ai livelli di 25 anni fa”, ha detto Ferrario.

Per il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, il crollo del settore elettrodomestici è emblematico del declino industriale italiano.

“Gli altri Paesi hanno imparato a fare gli elettrodomestici, solo che si accontentano di stipendi che sono la metà, un quarto, un decimo dei nostri,” ha detto Luigi Bidoia, economista e fondatore della società di ricerca StudiaBo.

Electrolux ha perso in 14 anni il 71% della forza lavoro in Europa occidentale, portandola a 13.120 unità, e il 60% degli occupati negli Usa, mentre nell‘Est Europa, dove la manodopera è a buon mercato, gli occupati sono saliti a 8.480.

Ironia della sorte, Porcia ha impiegato personale dall‘estero nei primi anni 2000, quando Annamaria è arrivata in Friuli, per far fronte a un picco di domanda; poi il trasferimento della produzione di lavatrici a carico ridotto a San Pietroburgo e delle asciugatrici in Polonia, ha reso ridondante la forza lavoro in Friuli, soprattutto con la recessione che perdura dal 2011.

I critici contestano all‘azienda di aver rinunciato a marchi noti, come Zoppas in Italia, Arthur Martin in Francia e Juno in Germania, a vantaggio del proprio marchio Electrolux. Il brand Zanussi è rimasto, ma con pezzi prodotti all‘estero.

“Al fondo non c‘è solo il costo del lavoro, è un problema di politica commerciale e di prodotto. Invece di concentrarsi su nuovi prodotti, la società ha impiegato troppi sforzi a spostare la produzione da uno stabilimento all‘altro”, dice Mario Grillo, ex manager del gruppo e direttore dello stabilimento veneto di Susegana, dove si producono frigoriferi.

Secondo Grillo, l‘errata strategia sui prodotti ha portato a un dimezzamento della quota di mercato in Italia al 16%, perdendo terreno rispetto all‘americana Whirlpool, la tedesca Bosh e la sudcoreana Samsung.

Ferrario respinge la critica dicendo che in Italia il piano d‘investimenti 2009-2013 è stato di circa 250 milioni, di cui 150-170 in innovazione, con 800 ingegneri al lavoro su R&S.

“Sostanzialmente Porcia già fa l‘alto di gamma con pezzi che costano intorno a 500 euro. In Europa però il 70% dei volumi è sotto i 400 euro”, sostiene il manager.

Nelle prossime settimane si saprà se una soluzione è possibile, per gli stabilimenti Electrolux e per l‘Italia.

Avverte Claudio Pedrotti, ex manager dell‘azienda e oggi sindaco di Porcia, che senza un accordo ci sarà “una marea di disoccupati”.

- hanno contribuito Elisa Anzolin da Milano e Maria Sheahan da Francoforte

Sul sito www.reuters.it altre notizie Reuters in italiano. Le top news anche su www.twitter.com/reuters_italia

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