24 gennaio 2014 / 13:18 / 4 anni fa

La prudenza di Saccomanni sui proventi delle privatizzazioni

ROMA, 24 gennaio (Reuters) - Indicando in 8-10 miliardi i proventi stimati nel biennio 2014-2015, Fabrizio Saccomanni sembra aver ridimensionato gli obiettivi del programma di dismissioni annunciato dal governo il 20 settembre scorso per ridurre il debito pubblico in linea con le regole europee.

Quattro mesi fa, aggiornando il Documento di economia e finanza (Def), il governo aveva spiegato che i valori programmatici del rapporto debito/Pil includono proventi da “privatizzazioni e dismissioni immobiliari” per un ammontare pari a “circa 0,5 punti percentuali di Pil all‘anno”, intorno a 7,5 miliardi l‘anno fino al 2017.

Nella legge di Stabilità il governo ha fissato in 1,5 miliardi l‘anno, dal 2014 al 2016, gli incassi da vendita di immobili.

Il 21 novembre il governo aveva annunciato per quest‘anno un primo pacchetto di cessioni fino a 12 miliardi, metà a riduzione del debito e metà per ricapitalizzare la Cassa depositi e prestiti.

Ma ieri, in un‘intervista a Reuters Insider Television, Saccomanni ha detto di aspettarsi complessivamente “8-10 miliardi nel prossimo biennio, di cui la maggior parte nel 2014”.

Una possibile chiave di lettura è che il nuovo target annunciato da Saccomanni potrebbe riferirsi alle sole partecipazioni dirette e indirette.

Non c‘è molta chiarezza neppure sulle singole operazioni.

Saccomanni dice a Reuters che la cessione del 40% di Poste italiane dovrebbe garantire un incasso di 4-5 miliardi.

Intervenendo ieri sera su La7, il presidente del Consiglio Enrico Letta si è spinto a ipotizzare dall‘operazione Poste “6-7-8 miliardi”, forse riferendosi al fatto che il governo non esclude di vendere ulteriori tranche dopo il primo 40% pur rimanendo azionista di maggioranza.

C‘è poi l‘annunciata cessione del 3% di Eni, il gruppo petrolifero nel quale il Tesoro detiene una partecipazione diretta del 4,34% e indiretta, attraverso la Cdp, del 25,76%.

Lo schema illustrato a fine novembre dal governo prevedeva che il cane a sei zampe, riacquistando e poi annullando il 10% delle azioni sul mercato, facesse salire al 33% il peso della quota pubblica. A quel punto il Tesoro avrebbe potuto vendere il 3% senza che lo Stato scendesse sotto la soglia strategica del 30%.

Ieri Saccomanni ha rimescolato un po’ le carte, ipotizzando che lo Stato italiano possa scendere sotto la soglia strategica del 30%, senza perciò aspettare la fine del buyback.

“Stiamo valutando e discutendo la possibilità di andare sotto quella soglia, ma questo non è per l‘immediato”, ha detto l‘ex direttore generale della Banca d‘Italia.

Lo stesso AD del gruppo petrolifero Paolo Scaroni aveva evidenziato la sostanziale impossibilità di riacquistare il 10% di un colosso come Eni - operazione dal valore intorno ai 6 miliardi di euro - in tempi brevi.

(Giuseppe Fonte)

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