10 aprile 2008 / 06:35 / tra 9 anni

Produttori Brunello temono "confusione" si ripercuota su vendite

<p>Un enologo odora un bicchiere di Brunello di Montalcino a Montalcino per testarne l'invecchiamento. REUTERS/Dario Pignatelli/File (ITALY)</p>

di Gilles Castonguay

MILANO (Reuters) - I produttori di Brunello di Montalcino temono che le due diverse inchieste sul vino adulterato e su quello “taroccato” possano ripercuotersi negativamente sulle esportazioni, perché i consumatori tendono a confondere le due vicende.

Una prima inchiesta riguarda il presunto utilizzo di uve diverse da quelle del Sangiovese per la produzione del Brunello mentre la seconda si è concentrata sul timore che milioni di litri di vino a basso prezzo e adulterato siano stati venduti sul mercato italiano.

Sebbene le due inchieste non abbiano nulla a che fare l‘una con l‘altra, il direttore generale di Federvini, un‘associazione nazionale di produttori di vino, teme che questa distinzione possa essere meno chiara all‘estero.

“Temiamo che i consumatori che non sono bene informati sulle due distinte vicende, possano confonderle”, ha spiegato Ottavio Cagiano de Azevedo. “Possono perdere la fiducia (sulla qualità) dei prodotti italiani”.

Le notizie sulle due diverse indagini sono state diffuse dai media la scorsa settimana, proprio in concomitanza con il Vinitaly, il più importante salone riservato agli esperti di enologia e a cui partecipano produttori e acquirenti da tutto il mondo.

Quanto scritto dai media su queste due inchieste ha fatto tornare alla memoria gli anni Ottanta quando scoppiò lo scandalo del vino al metanolo, che provocò la morte di almeno 20 persone.

Quello scandalo danneggiò pesantemente i produttori di vino del Paese.

Roberto Giannelli, proprietario di un‘azienda della zona, la San Filippo Montalcino, ha detto che questa confusione potrebbe allontanare alcuni amanti del vino in Paesi come gli Stati uniti dove la sua azienda esporta la maggior parte delle 30.000 bottiglie di Brunello prodotte ogni anno.

“Temiamo che ciò possa ripercuotersi negativamente sulle vendite”.

Uno dei maggiori mercati vinicoli al mondo, quello degli Stati Uniti, importa un quarto della produzione italiana di Brunello che ogni anno ammonta a 6,5 milioni di bottiglie.

Leonardo LoCascio della statunitense Winebow crede che i consumatori siano ben consapevoli di quanto sta accadendo.

LoCascio ha detto che le persone che spendono molti soldi per una bottiglia di Brunello hanno gli strumenti per dare il giusto peso alle notizie che giungono dall‘Italia.

“La persone che comprano (bottiglie) di Brunello conoscono la differenza e non smetteranno di acquistarle”, ha spiegato LoCascio. Insomma, i clienti attenti non avranno difficoltà ad acquistare bottiglie di Brunello che non sono state prodotte dalle cinque aziende finite sotto la lente dei magistrati.

Antinori e Frescobaldi -- due delle più famose etichette italiane -- sono implicate nell‘inchiesta sul possibile utilizzo di uve diverse da quelle del Sangiovese, per produrre il Brunello.

Il Consorzio che li rappresenta sostiene che le case che vi aderiscono hanno utilizzato solo uve Sangiovese, le uniche con cui si fa il Brunello.

L‘azienda vinicola di Giannelli, la San Filippo, non è coinvolta nelle indagini.

Il direttore generale di Federvini ha spiegato che l‘Associazione di produttori potrebbe lanciare una campagna per spiegare quanto accaduto se le vendite dovessero risentire della confusione tra le due diverse inchieste giudiziarie.

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