April 3, 2008 / 4:53 PM / 9 years ago

Cinema, omaggio a Ferreri con mostra e retrospettiva a Torino

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MILANO (Reuters) - Cento scatti per raccontare il lato più intimo e privato di Marco Ferreri e una retrospettiva per poterne rivedere i film.

In questo consiste l'iniziativa "Marco Ferreri, il cinema, i film" organizzata dal Museo Nazionale del Cinema di Torino dal 4 aprile al 2 giugno per rendere omaggio al grande regista italiano scomparso nel 1997.

La mostra, a cura di Alberto Barbera, è allestita presso la Mole Antonelliana, che ospita il Museo Nazionale del Cinema, e conta in tutto 100 immagini di grande formato che raccontano con foto di scena e di set il grande regista del cinema italiano autore di film come "La grande abbuffata" (1973) e "Dilliger è morto" (1968) e vincitore nel 1991 dell'Orso d'oro al Festival di Berlino con "La casa del sorriso".

Trenta fotografie di grande formato provenienti dall'archivio personale del regista - donato dalla moglie Jacqueline al museo nel 2007 - sono ospitate sulla cancellata esterna della Mole.

"Si tratta di un tributo dedicato anche ai fotografi di scena - troppo spesso dimenticati - che con il loro talento e la loro sensibilità hanno contribuito non solo a diffondere la memoria del cinema, ma anche a svelarne aspetti insoliti", spiega Roberta Basano.

"Accanto alle fotografie di scena che ne ricostruiscono la ricca filmografia, vi sono gli scatti sul set dove Ferreri scherza con gli attori, li osserva divertito o, come un ironico giullare, li protegge con lo sguardo; e, ancora, con un'espressione complice flirta con l'obiettivo della macchina fotografica durante la lavorazione de Il seme dell'uomo. Ritratti firmati dai più importanti fotografi di scena (Bruno Bruni, Divo Cavicchioli, Angelo Frontoni, Angelo Pennoni, Claudio Patriarca, Gianfranco Salis…) da cui emerge un Ferreri più complice che regista onnipotente", continua.

Altre 70 fotografie sono invece ospitate all'interno del museo e sono state scattate da Fabian Cevallos, fotografo e amico di Ferreri che l'ha seguito sul set di molti suoi film.

"(Si tratta di) immagini scattate su sette differenti set che ci accompagnano nello straordinario universo di luce e buio che Cevallos plasma con il suo obiettivo e che ci fornisce nuove chiavi di lettura per leggere quelle storie di ordinaria follia raccontate da Marco Ferreri", spiega Roberta Basano.

La storia del fotografo è legata a doppio filo a quella del regista italiano nato a Milano nel 1928 e che ha vissuto per un periodo in Spagna.

"Ho incontrato Marco Ferreri la prima volta nel 1977", racconta Fabian Cevallos. "La nostra bella amicizia è durata vent'anni, durante i quali ho continuato a essere invitato come 'special photographer' sul set, come nel 1978 per 'Ciao maschio', poi per 'Chiedo asilo' (1979), 'Storie di ordinaria follia' (1981), 'Storia di Piera' (1983), 'Il futuro è donna' (1984), 'Come sono buoni i bianchi' (1988), e infine 'Diario di un vizio nel 1993' ", continua il fotografo che ha lavorato anche per registi del calibro di Pier Paolo Pasolini, Bernardo Bertolucci, Wim Wenders, Emir Kusturica e David Cronenberg, solo per citarne alcuni.

Le parole che usa per raccontare la collaborazione sono entusiastiche: "Fare parte dei fedelissimi sul set (di Ferreri) voleva dire avere la fortuna di vedere il mondo futuro. L'intelligenza di quel 'visionario provocatorio' sapeva far centro con le sue critiche pungenti, altre volte per esprimersi sceglieva storie comiche, grottesche o ciniche. Faceva molto ridere anche con quell'indimenticabile voce rauca e il sarcasmo che riusciva a distendere l'atmosfera. Era anti-borghese, anticlericale, anti-tutto, per far sì che cambiasse il modo di pensare di una società ingessata".

La retrospettiva si svolgerà invece al Cinema Massimo da stasera fino al 27 aprile e comprenderà la proiezione di pietre miliari della filmografia del regista ma anche di lavori meno conosciuti, oltre che di scene tagliate dalla commissione di censura nelle cui maglie Ferreri è più volte incappato dato che, come racconta Cevallos, si autodefiniva "un regista del cattivo gusto".

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