18 novembre 2009 / 17:30 / tra 8 anni

Psicologia del Male? Conformismo, non "mele marce", dice esperto

<p>Un ex detenuto di Abu Ghraib mostra una foto celebre degli abusi subiti. REUTERS</p>

di Roberto Bonzio

MILANO (Reuters) - La tesi delle “poche mele marce” per spiegare in molti casi comportamenti riprovevoli, alla prova dei fatti si rivela solo un comodo alibi, per attribuire a personalità deviate il male. Di cui invece si dimostrano spesso capaci persone assolutamente normali. Complici il conformismo, la deresponsabilizzazione, l‘obbedienza acritica.

E’ quanto afferma uno studioso, dopo che ieri un altro video diffuso dalla polizia, su una rapina con violento pestaggio avvenuta in pubblico alla Stazione Termini di Roma, ha svelato impietosamente, come in precedenti casi, come molti testimoni del dramma abbiano reagito con passività e indifferenza.

“Siamo abituati ad attribuire questi comportamenti a persone ciniche e crudeli. Gli studi dimostrano invece che in casi del genere le ragioni dell‘inazione non sono dentro alla persona ma nella situazione che viene a crearsi”, dice a Reuters Piero Bocchiaro, siciliano, ricercatore alla Vrije Universiteit di Amsterdam, autore del recente “Psicologia del male” (Laterza).

Secondo Bocchiaro, nei casi studiati dagli esperti, da omissioni di soccorso a degenerazioni in crudeltà, emergono costanti che in circostanze particolari trasformano persone normali in soggetti passivi o peggio capaci di atrocità.

La ”diffusione di responsabilità“ ad esempio, fa sentire esentati dal dover intervenire ”perché tanto la farà qualcun altro“. Mentre la ”deindividuazione“, cioè l‘annullamento dell‘identità all‘interno di un gruppo, rende capaci di comportamenti e azioni che individualmente non si commetterebbero. Determinante anche la ”soggezione passiva“ e acritica ad un‘autorità, cui in alcuni casi si continua a obbedire anche quando impartisce ordini immorali o ingiusti. Mentre, nei casi di peggiori atrocità, è la ”deumanizzazione“ della figura antagonista, che rende più facile infierire. Come i nazisti, che consideravano ”topi“ gli ebrei”.

“E’ così che vengono meno empatia e senso di colpa, ci si spersonalizza... in questo tipo di assetto mentale prevalgono aspetti emotivi su quelli razionali, vengono inibiti gli aspetti morali”, dice Bocchiaro. Individuando poi un altro fenomeno, quello della sequenzalità e progressione, che può portare persone normali a compiere gradualmente azioni sempre più riprovevoli, in una forma di assuefazione progressiva al male.

GLI STUDI DI PHIL ZIMBARDO E L‘ESPERIMENTO DELLA PRIGIONE DI STANFORD

Nella sua ricerca, Bocchiaro ha approfondito il lavoro di Phil Zimbardo (che firma la prefazione al suo libro), professore emerito di Psicologia alla Stanford University, dove negli anni Settanta svolse il celebre “Stanford Prison Experiment”. Zimbardo suddivise a caso un gruppo di studenti volontari in detenuti e secondini di una prigione, studiandone il comportamento. La degenerazione in prepotenze, abusi e senso di prostrazione da parte di persone che non avevano particolari disturbi comportamentali, fu così rapida e violenta che l‘esperimento previsto in due settimane fu interrotto dopo solo sei giorni. E Bocchiaro nel suo studio lo rievoca assieme ad altri episodi eclatanti per lo studio della psicologia sociale. Come la strage allo stadio Heysel di Bruxelles per la finale Juventus-Liverpool di Coppa dei Campioni del maggio 1985, 39 morti (quasi tutti italiani) vittime in una struttura inadeguata della furia “anonima e deresponsabilizzata” dei tifosi inglesi. O gli esperimenti di un altro psicologo americano, Stanley Milgram, sulle degenerazioni dell‘obbedienza. Che col pretesto di un test sull‘apprendimento in cui gli errori venivano sanzionati con scosse progressive, riscontrò che i partecipanti, inconsapevoli della finzione, arrivarono tutti a impartire alle persone che si fingevano cavie del test scosse sino a 300 volt, “deresponsabilizzati” dall‘autorizzazione del direttore del test.

DA ABU GHRAIB ALLA RICERCA DI “EROI DEMOCRATICI” CHE SAPPIANO DIRE NO

Un esperimento iniziato lo stesso anno, 1961, dello sconvolgente processo a Gerusalemme ad Adolf Eichmann, che svelò come non fosse stato un mostro crudele ma un grigio, zelante ufficiale nazista a pianificare da “ragioniere” lo sterminio di milioni di ebrei, obbedendo agli ordini. Una sconvolgente “Banalità del Male” che la studiosa Hannah Arendt denunciò per prima, attirandosi critiche durissime.

Una “Banalità del Male” tornata alla ribalta nel recente caso dei maltrattamenti compiuti da riservisti dell‘esercito americano sui prigionieri irakeni della prigione di Abu Ghraib, ancora una volta frettolosamente giustificati con lo stereotipo delle “mele marce”.

Eppure, osserva Bocchiaro, nell‘esperimento di Stanford come ad Abu Ghraib c’è stato chi da solo ha saputo rifiutarsi di obbedire, trovando la forza di denunciare che si stavano commettendo abusi inaccettabili.

Per questo, mentre gli stereotipi sui “singoli mele marce” deresponsabilizzano il sistema, Bocchiaro sostiene la necessità di esaltare le capacità di chi nella nostra società, dove fare in maniera acritica il proprio dovere può essere molto pericoloso, sa dire di no e sa disobbedire a ordini sbagliati.

Non eroi aristocratici, superman irraggiungibili, ma persone normali, capaci di opporsi al conformismo. Quelle al centro dell’“Heroic Imagination Project” di Zimbardo. E che i nuovi media, dai videogiochi ai social network, dice Bocchiaro, possono contribuire a rendere popolari. Per sviluppare “un‘idea democratica di eroismo”.

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