29 ottobre 2009 / 16:40 / 8 anni fa

In fila per gli archivi della Stasi, 20 anni dopo caduta Muro

di Sarah Marsh

BERLINO (Reuters) - Per decenni, Joachim Fritsch ha lottato per scoprire per quale motivo gli sia stato impedito di proseguire gli studi e, nel lavoro, gli siano state negate promozioni su promozioni.

Fino a quando non ha messo le mani su un rapporto di 400 pagine che l‘implacabile polizia segreta della Germania Est aveva prodotto su di lui. La Stasi lo aveva arrestato a metà degli anni Cinquanta, quando aveva appena 17 anni e, da allora lo aveva bollato come “provocatore” perché si era rifiutato di mostrare i documenti.

L‘arresto aveva macchiato indelebilmente la sua fedina, portando la Stasi a tenerlo costantemente sotto osservazione, rovinandogli la vita.

“Mi è caduto il mondo addosso, quando ho letto le note su di me”, ha detto a Reuters Fritsch, che oggi ha 73 anni, concentrandosi sulle copie dei dossier su di lui, nel suo piccolo appartamento al decimo piano di un palazzone di Berlino est. “Si entra nel proprio passato con molta esitazione, un passo alla volta”.

Fritsch è solo una delle centinaia di migliaia di persone che hanno trovato gli appunti della Stasi su di loro. Vent‘anni dopo la caduta del Muro di Berlino, l‘agenzia governativa messa in piedi per mettere ordine nella messe di documenti è tuttora inondata di richieste e ha da smaltire due anni di arretrati.

Fondata nel 1950, la Stasi è stata una delle più spietate polizie politiche al mondo. Riusciva a entrare e condizionare ogni aspetto della vita pubblica e privata nella Germania orientale, usando la tortura, la minaccia e una vastissima rete di informatori per spezzare il dissenso.

Milioni di tedeschi hanno lavorato per la Stasi e fornito informazioni su amici, parenti, colleghi o amanti. I file, che se messi in fila coprirebbero 112 chilometri, sono stati desecretati e resi pubblici nel 1992, facendo emergere una ragnatela di tradimenti.

Il progetto era quello di tenere gli archivi aperti per una decina d‘anni, un tempo sufficiente -- così pensavano i funzionari -- perché ogni persona spiata potesse procurarsi le informazioni che la riguardavano e chiudere quel capitolo doloroso della storia.

Ma migliaia di persone ogni mese, soprattutto dalla ex Germania Est, continuano ancora a inoltrare richieste di accesso alla documentazione. Nella prima metà del 2009, le domande sono cresciute dell‘11% rispetto a quelle del 2008.

“Quest‘anno abbiamo ricevuto ancora più domande, questo per il ventesimo anniversario della caduta del Muro”, ha detto Martin Boettger, direttore di uno degli uffici regionali degli archivi della Stasi, a Chemnitz, la Karl-Marx-Stadt di un tempo.

”Su quel periodo sono stati prodotti molti film e molti libri, e allo stesso modo si registrano tanti eventi, per cui (quel capitolo) rimane vivo nella coscienza dei cittadini“, ha spiegato Boettger, il cui dossier conta 3000 pagine, che documentano anche le cose più insignificanti della sua vita e che gli sono valsa l‘etichetta (da parte della Stasi) di ”fanatico religioso.

TEMPO DI AFFRONTARE IL PASSATO

Molti tedeschi dell‘ex Germani Est che hanno sofferto la persecuzione della Stasi, in un primo tempo hanno scelto di lasciare da parte i fantasmi del regime totalitario ma adesso sono pronti a fare i conti con il loro passato.

“Le persone avevano paura del proprio passato e di rimanerne traumatizzate di nuovo”, spiega Helmut Wippich, che gestisce una sorta di consultorio che aiuta coloro che sono stati perseguitati dal regime quando erano ancora studenti.

Wippich racconta di essere stato denunciato da un professore del suo liceo, quando aveva appena 14 anni. Due anni dopo, era stato messo in prigione per nove mesi, per aver parlato con un suo amico dei modi per fuggire dalla Germania orientale.

“All‘inizio, non volevo leggere i documenti su di me, perché la cosa mi faceva ancora troppo male”, ha detto Wippich.

Altri semplicemente erano troppo impegnati a rifarsi una vita dopo la caduta del Muro nel novembre dell‘89 per rituffarsi in un passato doloroso.

Dana Wotschack, 37 anni, ha raccontato che al tempo stava cercando un lavoro ed era felice di poter voltare pagina e dimenticarsi di quel regime che l‘aveva interrogata con metodi brutali, quando aveva solo 17 anni, accusandola di aver strappato un manifesto elettorale comunista.

Film recenti sulla Stasi , come il vincitore del premio Oscar “Le vite degli altri”, hanno comunque riacceso l‘interesse generale. E non appena un suo buon amico ha chiesto di aver accesso ai propri file, Wotschack ha fatto altrettanto.

Wotschack era rimasta delusa quando le era stato risposto che non esistevano file a suo nome. Metà delle persone che ne fanno richiesta, infatti, non trova nulla, secondo Boettger, ma questo non significa affatto che non siano state spiate.

La Stasi cominciò a distruggere le informazioni raccolte sui cittadini quando il crollo del regime divenne imminente ma ancora oggi rimangono circa 15 mila sacchi pieni di brandelli di carta che devono ancora essere rimessi insieme.

“Credevo che trovare quei file mi sarebbe servito per fare chiarezza su di me”, spiega Wotschack, seduta in un caffè di Alexanderplatz, una piazza della ex Berlino Est, ancora dominata dall‘architettura di impronta comunista.

“Sarei stata ben felice di tirare una linea su quel periodo della mia vita”.

RIABILITAZIONE

Molte persone fanno domanda per dimostrare di essere state imprigionate ingiustamente, per pulire la propria fedina penale e chiedere risarcimenti per l‘ingiusta detenzione.

“In una dittatura, non è necessario che ci siano prove”, dice Fritsch, imprigionato dalla Stasi due volte, perseguitato a tal punto che anche la sua famiglia fu costretta ad abbandonarlo perché gli altri membri si potessero salvare.

“Gli archivi della Stasi erano la sola via per trovare i documenti necessari per dimostrare che noi eravamo stati arrestati e ottenere una sorta di riabilitazione”.

L‘archivio è ritenuto fondamentale per decifrare la storia della Germania Est e per comprendere come sia stato possibile che milioni di persone siano vissute per 40 anni sotto una dittatura senza accennare a una minima reazione.

“Lavoravano nella paura, spiando chiunque, imprigionando una massa di persone, intimidendole, intervenendo sulle loro carriere e impedendo loro di avere un‘istruzione”, spiega Boettger. “Gli archivi ci permettono di scoprire i metodi occulti della dittatura”.

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