October 27, 2009 / 4:59 PM / 8 years ago

Ambiente, accordo difficile a Copenaghen, si guarda al 2010

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<p>Le circa 10,000 persone che hanno partecipato al video clip "The big ask again" sulla spiaggia di Oostende lo scorso 29 agosto, per chiedere maggiore impegno sul clima in vista del vertice di Copenaghen.Sebastien Pirlet</p>

OSLO (Reuters) - Il vertice delle Nazioni Unite sul clima, previsto per dicembre a Copenaghen, difficilmente produrrà un trattato vincolante e anche coloro che auspicano un accordo solido e di ampio respiro stanno cominciando a guardare ad una nuova deadline, nel 2010.

Dopo mesi trascorsi a dire che non c'era un "Piano B", nonostante i negoziati si fossero impantanati, le Nazioni Unite, la Danimarca -- paese padrone di casa -- e altri stati europei dicono che a Copenaghen, ben che vada, si raggiungerà un accordo politico per intensificare la lotta al riscaldamento globale.

Che questa sia una sconfitta per quanti si auguravano che la conferenza del 7-18 dicembre producesse un trattato da sottoporre ai diversi paesi per la ratifica, dando così al testo un valore legale, è innegabile. Mettersi d'accordo su ulteriori colloqui da tenersi nel 2010 può togliere slancio al processo, col rischio che si perda un'occasione.

"Direi che al 99% non si raggiungerà un accordo ratificabile", ha detto Bill Hare, climatologo del Potsdam Institute for Climate Impact Research e consulente per le Nazioni Unite.

"Non credo che da Copenaghen avremo un accordo pieno, ratificabile, legalmente vincolante", gli ha fatto eco Hanne Bjurstroem, ministro norvegese e caponegoziatrice. La Norvegia era tra i più accesi sostenitori del trattato.

Bjurstroem ha detto che Oslo sta ancora facendo pressioni per un trattato vincolante. Ha poi aggiunto che la Norvegia e la vicina Svezia, che ha attualmente la presidenza dell'Unione Europea, hanno proposto un'altra conferenza delle Nazioni Unite da tenersi all'inizio del 2010, se il vertice di Copenaghen dovesse fallire.

Tra i maggiori ostacoli sulla strada dell'accordo c'è il Senato americano, che difficilmente modificherà la propria legislazione prima di Copenaghen.

Molti esperti dicono che, per fare pressioni sul Senato americano e sui negoziatori Onu, qualsiasi accordo approvato a livello di Nazioni Unite deve essere deciso all'inizio del 2010. Circa un terzo del Senato dovrà essere rinnovato nel novembre del prossimo anno e potrebbe dimenticarsi della questione climatica con l'approssimarsi del test elettorale.

Mexico Meeting

Da scartare, per questo motivo, l'opzione di attendere il vertice dei ministri dell'Ambiente previsto per il dicembre 2010 a Città del Messico, proprio perché la data è troppo lontana, ha rivelato la Bjurstroem. L'unica scadenza fissata dal Protocollo di Kyoto, ancora in vigore, prevede che una prima fase di tagli delle emissioni da parte dei paesi industrializzati si concluda il 31 dicembre 2012.

Mark Kenber, direttore politico del Climate Group di Londra, ha detto che legare il destino dei negoziati Onu ad un progetto di legge fermo al Senato americano "è un gioco pericoloso": "Cosa succede se il Senato non lo approva? E' tutto da rifare?".

Janos Pasztor, consigliere per le questioni ambientali del Segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon, che ha spinto a lungo per un accordo vincolante, ha confermato che nuovi colloqui da tenersi all'inizio del 2010 sono ormai molto probabili.

Resta una settimana di negoziati, a Barcellona dal 2 al 6 novembre, per cercare di superare lo scontro politico tra paesi ricchi e paesi poveri prima del vertice danese.

Cina e India sostengono che i paesi industrializzati dovrebbero tagliare le emissioni del 40% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2020 -- molto più di quanto offerto da questi ultimi, e cioè un taglio dell'11-15% --e vogliono milioni di dollari in aiuti e nuova tecnologia.

I paesi ricchi, guidati dagli Stati Uniti, il secondo paese per emissioni inquinanti dopo la Cina, rispondono che i paesi in via di sviluppo devono fare di più per frenare la crescita delle emissioni inquinanti, prodotte principalmente dalla combustione di fossili.

In ogni caso, la recessione ha di fatto reso i paesi meno propensi ad intervenire direttamente.

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