Venezia: messaggio arrivato, dice Maoz Leone d'Oro con "Lebanon"

domenica 13 settembre 2009 15:11
 

di Roberto Bonzio

VENEZIA (Reuters) - Per anni, aveva provato ad esorcizzare scrivendone, il trauma della guerra, la sua personale esperienza di aver ucciso un uomo. A vent'anni, per istinto e paura. Era il giugno 1982, la guerra in Libano. Provava a scrivere e gli tornava alle narici l'odore della carne bruciata, la nausea. E doveva smettere.

Ci sono voluti 25 anni all'israeliano Samuel Maoz per superare quel blocco e riuscire a raccontarlo. Con una sceneggiatura, quella di "Lebanon" di cui è stato anche regista, che ieri sera, dopo aver conquistato critica e pubblico, ha vinto il Leone d'Oro di miglior film alla 66esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia.

Non c'è stata discussione su quale fosse il film che meritava il Leone d'Oro, ha svelato ieri sera il presidente della giuria Ang Lee, definendo il film di Maoz "Un lavoro incredibile".

"Avevo la necessità di esprimere al mondo (l'esperienza della guerra) senza stereotipi. La mia responsabilità era inevitabile, parte del mio destino. Ho pensato che se avessi fatto questo film, avrebbe parlato al cuore della gente", ha detto ieri sera Maoz, dopo aver ricevuto il premio.

E a chi lo ha accusato di propaganda anti-palestinese per una scena in cui dei palestinesi si fanno scudo di civili, ha risposto semplicemente, quasi sottovoce, "Io c'ero". Spiegando però che quel che gli sta a cuore è far capire che in guerra tutti i contendenti sono vittime. Vittime di un meccanismo perverso che costringe ad agire nel modo peggiore in base agli istinti primari, quello di sopravvivenza. Che spinge a uccidere per non essere ucciso.

Il film di Maoz fa vedere la guerra in un ambiente claustrofobico, l'interno di un carro armato israeliano che deve scortare la prima incursione di una pattuglia in territorio libanese. Ma è anche film di spessore psicologico, raccontando paure, ossessioni, incertezze che rimbalzano fra i membri dell'equipaggio. Mentre l'esterno è spiato solo attraverso un mirino che individua vittime innocenti e costanti orrori. Mentre il blindato avanza senza sapere bene dove andare, tra nemici invisibili ad eccezione di uno che, catturato, ispira più pietà che odio. Mentre gli "alleati" cristiani libanesi sono pronti a tradire.

"Avevo bisogno di prendere le distanze dall'argomento per poter descrivere da regista e non da persona informata dei fatti", aveva detto il regista dopo l'anteprima, spiegando la lunghissima gestazione del film. E ricordando di aver abbandonato in passato questo progetto perché alcuni ricordi erano ancora troppo dolorosi da rievocare.

"Lebanon" conquista e inchioda, grazie anche ad un gruppo di attori convincenti che hanno "fatto squadra" nel dare immagine e forma alle testimonianze dolorose del regista. Maoz però dopo l'anteprima aveva detto di credere che comunque non fosse abbastanza, per rendere l'orrore che ha vissuto. "Posso spiegarvi la guerra. E voi pensate di averla capita. Ma la guerra non si può capire".

Ieri sera, con il Leone d'Oro in mano, ha invece dichiarato la propria soddisfazione, "nel vedere che il messaggio è arrivato".

 
<p>Samuel Maoz, regista di "Lebanon", ritira il Leone d'oro per il miglior film alla 66esima Mostra del cinema di Venezia. REUTERS/Alessandro Bianchi</p>