Cieli neozelandesi un tempo dominati da aquile giganti - studio

venerdì 11 settembre 2009 10:13
 

WELLINGTON (Reuters) - Molto prima che gli umani colonizzassero la Nuova Zelanda, circa 750 anni fa, aquile giganti ormai estinte dominavano i cieli della zona, piombando a piacimento sulle loro prede, solitamente uccelli incapaci di volare. Lo ha rivelato oggi un nuovo studio in materia.

Gli scienziati erano già a conoscenza da oltre un secolo dell'esistenza dell'aquila di Haast, grazie ai resti rinvenuti sul luogo, però non era mai stato effettivamente chiarito il comportamento di questi animali giganti.

Per via delle loro dimensioni -- arrivavano a pesare anche 18 chili -- alcuni scienziati avevano stabilito che questi animali fossero più cacciatori che predatori.

Ma questo nuovo studio non solo sostiene che l'aquila di Haast fosse un temibile predatore, che attaccava le sue prede attendendole sulla vetta di una montagna, ma anche che il suo corpo si è progressivamente evoluto rispetto ad antenati di ben più limitate dimensioni.

I ricercatori Paul Scofield del Canterbury Museum, in Nuova Zelanda, e Ken Ashwell dell'University of New South Wales hanno utilizzato tomografie computerizzate e a raggi X per ricostruire cranio, occhi, orecchie e spina dorsale dell'antica aquila.

Questi dati sono poi stati messi a confronto con quelli relativi ai moderni predatori e agli uccelli di terra per determinare le abitudini dell'animale.

"Questo lavoro è un brillante esempio di come le nuove attrezzature e tecniche mediche possano essere utilizzate per risolvere i misteri del passato", ha detto Ashwell, uno degli autori dello studio.

E' anche la dimostrazione che la tradizione orale di popoli antichi può unirsi alla ricerca scientifica per giungere alle medesime conclusioni, secondo l'altro autore Scofield.

"Infatti questo studio valorizza la mitologia Maori dei leggendari pouakai o hokioi, uccelli giganti in grado di aggredire anche gli essere umani".

L'aquila di Haast si è estinta circa 500 anni fa, probabilmente per via della distruzione del suo habitat naturale e per l'estinzione delle prede di cui si cibava.

Lo studio è stato pubblicato sul Journal of Vertebrate Paleontology.