Il corpo? Un'azienda, svela "Appena ho 18 anni mi rifaccio"

giovedì 4 giugno 2009 15:32
 

di Diana Bin

MILANO (Reuters) - Una società che aspira alla perfezione estetica come massimo valore e una generazione di adolescenti che percepisce il proprio corpo come "un'azienda" e vuole ottenere "tutto e subito" senza dover faticare.

Sono questi gli elementi alla base di "Appena ho 18 anni mi rifaccio, storie di figli, genitori e plastiche" (Bompiani), libro che partendo dalle esperienze di ragazzini minorenni ricorsi alla chirurgia estetica, va a scavare nelle ragioni sociali ed individuali della necessità sempre più impellente di adeguarsi a canoni di bellezza divenuti irraggiungibili.

L'idea è nata "da un disagio personale nel non riconoscersi in quella che oggi è l'immagine della donna vincente", ha raccontato ieri l'autrice Cristina Sivieri Tagliabue, giornalista professionista, presentando il libro a Milano insieme a Benedetta Tobagi e Luisa Pronzato.

Si tratta di venti racconti narrati in prima persona da ragazze e ragazzi tra i 16 e i 18 anni, il cui più grande desiderio è sostituire un "pezzo imperfetto" del proprio corpo ricorrendo a tecnologie chirurgiche, senza rendersi conto però che "il problema non è il pezzo in sé, ma la fragilità psicologica ad esso legata", spiega Tagliabue.

Ed è una vera e propria inchiesta giornalistica: per scriverlo l'autrice, che ha 36 anni, vive a Milano e scrive sulla pagina di creatività de Il Sole 24 Ore, ha intervistato direttamente ragazzini e famiglie, arrivando a descrivere la "metamorfosi della società verso la 'perfezione' sia in termini di efficienza, sia in termini estetici", come si legge nella prefazione al libro.

"Raccontare le esperienze delle ragazzine è un punto di partenza", ha detto Tagliabue, "perché in realtà questo è un libro sui valori. E per le ragazzine il valore è il corpo", utilizzato per ottenere le cose che vogliono.

Ma spesso, ha commentato Benedetta Tobagi, operatrice culturale e giornalista, "dietro questo mondo di chirurgia dei minori ... ci sono dei confusi, disperati bisogni che non sanno esprimersi, e non trovando direzione si sfogano lì".

Il quadro che emerge è dunque quello di una carenza di comunicazione all'interno delle famiglie, della paura di non essere accettati, e di una società in cui "per ottenere amore e riconoscimenti devi essere bellissimo". E tutto questo spinge i ragazzi (e non solo) a percepire il corpo come unico strumento di potere a disposizione, e a cercare risposte "immediate" ed "esteriori" nella chirurgia estetica. A cui chiedono "dei piedi come quelli di Paola Barale" o "un seno come quello di Jessica Alba", conclude l'autrice.