20 aprile 2009 / 10:38 / tra 8 anni

Da G8 su cambiamento climatico no posizione comune

<p>G8, documento: su cambiamento climatico no posizione comune. REUTERS/Dadang Tri</p>

di Massimiliano Di Giorgio

ROMA (Reuters) - Dalla sessione più importante del G8 Ambiente che si terrà questa settimana a Siracusa non uscirà un documento finale negoziale ma una sorta di riassunto delle posizioni espresse dai diversi ministri, che discuteranno anche del rischio che la crisi economica globale faccia indebolire la lotta al cambiamento climatico nel prossimo futuro.

Lo indicano le linee guida elaborate dalla presidenza italiana per la seconda sessione del vertice sull‘ambiente del Gruppo degli 8 - quella dedicata ai cambiamenti climatici, che si terrà il 23 aprile - che Reuters ha potuto leggere.

Nel documento infatti vengono rivolte ai ministri partecipanti una decina di domande che riguardano in gran parte le opzioni normative per la lotta al cambiamento climatico dopo il 2012.

“Al fine di poter dare la possibilità di discutere apertamente le diverse posizioni - dice il documento - non si prevede di produrre un documento finale negoziale, ma piuttosto un Chair Summary che rappresenti sia le diverse posizioni che le nuove idee e proposte che potrebbero emergere dalla discussione”.

In una email inviato oggi a Reuters, commentando i contenuti del documento il ministro dell‘Ambiente Stefania Prestigiacomo ha detto che i ministri contano comunque “di fare passi importanti passi avanti nel processo che ci condurrà alla conferenza di Copenhagen” e che il G8 di Siracusa si propone come “snodo fondamentale” per superare il divario tra paesi sviluppati e in via di sviluppo, “sulla via di una intesa globale che l‘Italia è fortemente impegnata a perseguire”.

VERSO IL COP 15

Il G8 Ambiente si svolge infatti otto mesi prima del Cop 15 di Copenhagen, dove dovrebbe essere raggiunto il nuovo accordo internazionale sul cambiamento climatico che sostituisca l‘attuale Patto di Kyoto, in vigore fino al 2012.

Il processo di Copenhagen, ha detto Prestigiacomo nella email, “riuscirà a chiudersi con un accordo utile per il clima solo se i grandi paesi ‘emettitori’ di Co2 (Usa, Cina e India in primis) accetteranno programmi vincolanti di riduzione delle loro emissioni di gas serra”.

“E’ evidente infatti che i paesi emergenti accetteranno vincoli alle emissioni solo se tali vincoli non rappresenteranno un ostacolo allo sviluppo”.

Nel frattempo, però, gran parte del mondo sta subendo gli effetti della crisi finanziaria e globale che, secondo le previsioni più ottimistiche, continuerà almeno per tutto il 2009.

Questa situazione rischia di far “diminuire le preoccupazioni a proposito del cambiamento climatico almeno per il futuro prossimo?”. E’ una delle domande a cui dovranno provare a rispondere i responsabili ambientali dei Paesi G8, impegnati a tracciare lo scenario di una sostanziale riduzione della “intensità energetica” entro il 2050.

LA CRISI ATTUALE E GLI OBIETTIVI 2050

In quell‘anno infatti, in assenza di cambiamenti significativi, le emissioni di biossido di carbonio prodotte dall‘utilizzo di energia aumenteranno del 130%, secondo i dati dell‘Energy Technologic Perspective 2008 citati dal documento sul G8 di Siracusa.

Perché venga rispettato l‘obiettivo fissato dal Comitato sul Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite (Ipcc) - e cioè quello di limitare il riscaldamento globale entro i 2 gradi Celsius - occorrerebbe un investimento di 300.000 miliardi di dollari di qui al 2050, dice il documento. Una somma elevatissima, che rischia di esserlo ancora di più nell‘attuale scenario di crisi: “A causa della crisi economica e finanziaria attuale - dicono le Guidelines - è probabile che i governi si concentreranno nel non appesantire commerci e industria con maggior costi e ulteriori regolamentazioni”.

Nel frattempo, però, si sta diffondendo tra i governi l‘idea di inserire nei pacchetti di stimolo per l‘economia misure “verdi”, soprattutto con investimenti in ricerca e sviluppo su tecnologie a basso contenuto di carbonio. Anche perché gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra entro il 2050 richiedono, dicono gli esperti, che le nuove tecnologie siano disponibili entro il 2015.

Ed è proprio sulle tecnologie “low carbon” che Il G8 di Siracusa punta a risultati concreti, ha detto il ministro dell‘Ambiente.

“Con il progetto di diffusione delle tecnologie‘pulite’... si punta a disseminare tecnologie che possano fornire ai paesi del sud del mondo l‘energia di cui hanno bisogno per il loro sviluppo, mettendoli in condizione di partecipare all‘impegno di riduzione dei gas serra”, ha detto Prestigiacomo nella email.

“Perché il divario fra nord e sud del mondo è forse il principale fra gli ostacoli che si frappongono sulla strada dell‘intesa di Copenhagen, e Siracusa si propone come punto di svolta in questa direzione, e quindi come snodo fondamentale sulla via di una intesa globale che l‘Italia è fortemente impegnata a perseguire”.

“Immaginando che sia possibile trasformare la crisi mondiale in uno stimolo per una crescita più verde e più sostenibile, da dove potrebbero essere dirottati i fondi necessari?”, chiede il documento del G8 Ambiente ai ministri, che pone anche la questione di “come fare ad assicurare una costante spesa pubblica” per combattere il “climate change”, citando come esempio i “piani quinquennali” britannici.

C’è poi un altro capitolo di spesa legato al cambiamento climatico ai cui gli Otto Grandi stanno cercando di assicurare risorse, quello rappresentato “dal costo dell‘adattamento, dal costo della mitigazione e dal costo degli ulteriori danni”, che sono interdipendenti e che riguardano soprattutto “paesi sottosviluppati e piccole isole in via di sviluppo”, dice il documento, che interroga anche i ministri sulle modalità per aumentare l‘attuale fondo per l‘adattamento. La Banca Mondiale indica tra i diversi scenari tra i 9 e i 41 miliardi di dollari l‘anno il costo dell‘adattamento.

TARGET O NON TARGET

La discussione riguarderà non solo i problemi di finanziamento, ma anche il modo di ottenere una più vasta partecipazione internazionale alla lotta al cambiamento climatico e come ripartire gli obblighi contro i Ghg (la sigla inglese che indica i gas a effetto serra).

Per esempio, uno dei punti in discussione riguarda la possibilità che “non tutti i paesi sviluppati siano in grado di impegnarsi su target nazionali vincolanti”, e dunque ipotizza l‘istituzione di “target alternativi”, o addirittura approcci “non basati su target”, cioè l‘opzione preferita dall‘ex amministrazione statunitense Bush.

Ma il documento ipotizza anche la possibilità, se dovesse essere conservato il sistema dei target, di differenziarli in più categorie, magari adottando anche un criterio di gradualità, per cercare di adottare una politica di lotta al cambiamento climatico più “equa” tra i vari paesi, sviluppati e in via di sviluppo.

Il documento chiede anche agli Otto Grandi se sono in grado di “lanciare un chiaro messaggio” ai paesi in via di sviluppo - dove le emissioni di Ghg “stanno aumentando rapidamente” - sulle regole che dovranno governare il mercato delle emissioni dopo il 2012, ipotizzando l‘adozione del “crediting” e del trading di settore.

Il primo strumento prevede in genere che il paese che riesce a produrre meno emissioni del livello fissato possa vendere la quota restante sul mercato internazionale, mentre se supera comunque il livello non viene sanzionato.

Il trading settoriale fissa gli obiettivi di riduzione delle emissioni non per paese ma per settore produttivo, e assegna poi a ogni impresa una quota, che può anche essere commerciata con altri.

Un altro punto di discussione, infine, riguarda la durata dei target, perché obiettivi a lungo termine possono “facilitare gli investimenti privati per le tecnologie a basso contenuto di carbonio” e iniziative più ambiziose, dando più certezza agli investitori, mentre quelli a breve durata “potrebbero permettere aggiustamenti nel caso in cui siano necessarie azioni di mitigazioni più o meno vigorose” e rendere più frequenti i controlli sulle emissioni.

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