10 gennaio 2009 / 19:05 / tra 9 anni

L'ombra del Ghetto di Varsavia sul confine tra Gaza e Israele

Di Alastair Macdonald

YAD MORDECHAI, Israele (Reuters) - L‘ombra del Ghetto di Varsavia si distende sul confine di Israele con la striscia di Gaza.

In cima ad una collina che offre la vista del fumo della battaglia su Gaza e degli elicotteri in cerca dei palestinesi che puntano i razzi contro Israele, questa ombra viene proiettata dalla statua di un uomo che ha guidato la rivolta degli ebrei nel 1943 contro i nazisti.

La figura di bronzo di Mordechaj Anielewicz, morto combattendo invece di seguire milioni di altri ebrei nelle camere a gas, svetta sotto il pallido sole invernale tra i giardini e una piscina nel kibbutz che porta il suo nome e che è stato fondato da un suo compagno socialista, ebreo polacco, trasferitosi nei territori palestinesi negli anni 30.

Ma sulla comunità di allevatori e apicoltori Yad Mordechai, ad un miglio a nord del confine con Gaza, gravano molte ombre. “E’ pesante vivere sotto gli occhi di Morcechaj Anielewicz”, dice Raya Passi, la portavoce del kibbutz.

“La statua e la storia della guerra incombono sul kibbutz”.

Passi ricorda come gli orrori subiti in Europa abbiano portato gli ebrei in quella zona, ma anche come il kibbutz, creato dopo che le truppe tedesche rasero al suolo il Ghetto di Varsavia, venne distrutto cinque anni più tardi nelle fasi concitate della creazione dello stato ebraico, diventando il luogo di una battaglia di Davide contro Golia ed, infine, abbia contribuito a definire i confini di Israele.

Le ombre sovrastano anche i palestinesi stipati nella Striscia di Gaza in condizioni miserabili, discendenti dei profughi che lasciarono le loro case nel territorio diventato lo Stato di Israele il 14 maggio 1948. Incombono sui villaggi arabi scomparsi, che hanno lasciato il posto alle fattorie a nord dei muri e delle barriere erette da Israele per fermare gli attacchi della gente di Gaza.

MEMORIE IN CONFLITTO

Gli scontri di memoria e dei simboli che premono sulla storia dei rapporti tra israeliani e palestinesi sembrano ora attutiti a Yad Mordechai, dove questa settimana il rumore della vita quotidiana è fatto da muggiti di bestiame, cinguettio di uccelli e crepitio di armi automatiche.

Per gli israeliani, il kibbutz è il luogo dove poche decine di agricoltori ebrei, che vivevano nell‘esempio di Anielewicz, riuscirono a fermare un‘armata egiziana di dimensioni bibliche, forte di migliaia di uomini, per sei giorni nel maggio 1948. Così facendo, presero tempo prezioso ed impedirono che l‘offensiva araba giungesse fino a Tel Aviv.

Una torre per l‘acqua crivellata di colpi è ancora in piedi, vicino alla statua di Anielewicz, a ricordo della battaglia.

Per i palestinesi, il 1948 è stato l‘anno della “catastrofe”. Le potenze coloniali, scioccate dall‘Olocausto, consegnarono metà del paese agli immigrati ebrei provenienti dall‘Europa, prima che il nuovo esercito israeliano riuscisse ad allargare i confini del paese in una guerra contro le disordinate forze dei paesi arabi vicini.

Ogni parte interpreta la storia a suo modo, con versioni che per l‘altra sono inconcepibili. Il parallelo tracciato dai palestinesi tra i guerriglieri islamici che combattono l‘esercito israeliano a Gaza e gli ebrei del ghetto di Varsavia che si ribellarono ai nazisti, sgomenta gli israeliani, i quali dicono di agire per autodifesa.

Rabbia e frustrazione impediscono agli uni di capire il punto degli altri.

Nella battaglia di Yad Mordechai, molti israeliani vedono un trionfo “dei pochi contro i molti”, come ebbe a dire in altra circostanza Anielwicz, e un simbolo dell‘attaccamento alla terra concessa da Dio, dalla quale furono cacciati 2000 anni fa.

A nome dei 600 abitanti del kibbutz, ora una linda comunità addolcita da bouganville, Passi descrive l‘eredità della battaglia. “E’ un sentimento comune quello di appartenere a questa terra, che non lasceremo mai più”.

La portavoce ricorda che il piano Onu di spartizione della Palestina, avanzato nel 1947, attribuiva il kibbutz allo stato arabo, che sarebbe dovuto nascere accanto ad Israele. “Ma fortunatamente scoppiò la guerra”, dice, e grazie ai difensori di Yad Mordechai Israele riuscì a spingere i suoi confini più a sud fino a poche miglia dalla città araba di Gaza.

L‘OMBRA DEL GHETTO

In quella stessa guerra, decine di migliaia di palestinesi fuggirono terrorizzati nella zona attorno a Gaza controllata dalle forze egiziane. Nel 1967 Israele conquistò ed occupò quella che era ormai conosciuta come la Striscia di Gaza e prima di andarsene nel 2005 i palestinesi, ancora senza uno stato, erano diventati un milione e mezzo.

Alcune tra quelle persone reclamano ancora le terre attorno a Yad Mordechai. Molti hanno votato per Hamas, che vuole riportare indietro le lancette degli orologi, rispedire gli ebri in Europa e distruggere il loro stato. Tutti a Gaza vedono nel 1948 l‘anno della calamità che ancora incombe sulla loro vita.

A Yad Mordechai, dove i razzi di Hamas hanno fatto qualche lieve danno e i genitori sono in ansia per i figli che combattono nell‘esercito a pochi chilometri da casa, Passi ricorda quando, fino a pochi anni fa, i lavoratori palestinesi erano una presenza quotidiana nel kibbutz e si dice “molto rattristata” per la sorte dei civili a Gaza.

Ora i palestinesi sono chiusi dietro a 50 chilometri di muri e barriere, con il mare alle spalle e resi fragili di fronte ad un conflitto in cui la guerriglia di Hamas combatte con fucile e ordigni artigianali i carri armati e gli aerei da guerra dell‘unica potenza nucleare del Medio Oriente.

Nelle dimostrazioni organizzate in tutto il mondo e nelle conversazioni su Internet, fioccano i confronti tra l‘Israele di oggi e la storia ebraica, dal cardinale del Vaticano che definisce Gaza “un campo di concentramento” ai blogger che vi vedono un nuovo Ghetto di Varsavia, con i combattenti di Gaza nella parte che fu di Anielewicz.

“La rivolta del Ghetto di Gaza segnerà l‘ultimo capitolo della resistenza palestinese al colonialismo e alla brutalità coloniale israeliana”, ha detto in un blog Joseph Massad, professore associato alla Columbia University di New York.

Questi confronti infiammano gli israeliani, i quali fanno osservare che Hamas è sostenuta dall‘Iran e il loro presidente dubita dell‘Olocausto e dice che Israele andrebbe “cancellata dalla cartina geografica”. E si vedono come dei sinceri democratici che combattono dei bigotti antisemiti, fanatici religiosi filo-nazisti votati alla loro distruzione.

“I paragoni di Israele con i nazisti sono una cinica distorsione della storia”, dice Abraham Foxman, un sopravvissuto all‘Olocausto e direttore dell‘Anti-Defamation League.

In entrambe le parti il dolore per il passato sovrasta il presente, incombe su Israele e la Striscia di Gaza come il profilo pugnace di Mordechai Anielewicz sulla collina.

“Volevano la pace con i loro vicini”, dice Passi dei pionieri di Yad Mordechai mentre un elicottero militare passa sopra le nostre teste.

“Ma forse era destino. Quando la guerra è iniziata, si ritrovarono nemici in lotta per la stessa terra”.

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