Roma, si riflette ridendo in film polacco "Col cuore in mano"

mercoledì 29 ottobre 2008 14:58
 

ROMA (Reuters) - Ventata di intelligente ironia oggi al Festival del cinema di Roma, con "Col cuore in mano", ultima fatica del pluripremiato cineasta polacco Krzysztof Zanussi, divertente commedia noir che ci regala, con leggerezza, uno spaccato dell'odierna società est- europea.

Stefan (Marek Kudelko) è un giovane umiliato dalla vita, ha perso il lavoro e la sua ragazza, solo e senza un soldo si sente una nullità e vuole assolutamente farla finita. Konstanty (Bohdan Stupka, ex ministro della Cultura ucraina, oggi direttore del tatro stabile di Kiev) è un potente oligarca dedito al vizio e al lusso più sfrenato, si sente onnipotente e non ha alcuna voglia di morire, nonostante il blocco del suo pacemaker e la necessità di un trapianto di cuore al più presto.

L'incontro tra i due sembra risolvere i problemi di entrambi. Konstanty, convinto che nulla è impossibile quando si è potenti e ricchi, decide, coadiuvato da una corte di improbabili e disarmanti scagnozzi, di "aiutare" Stefan a suicidarsi, per poter prendere il suo cuore.

"Ci sono pazienti cui è meglio che non capiti niente di male", dice il boss, bonariamente minaccioso, al chirurgo, dopo che un gioco a tre con due avvenenti signorine, tra le lenzuola di seta bronzo della sua pacchianissima villa, lo stava quasi per far rimanere secco.

Da qui parte la dissacrante e grottesca corsa al suicidio "assistito" del povero Stefan, che ovviamente fallirà, con immancabile happy end - grazie a un provvidenziale gatto - e vera e propria "conversione" finale dei protagonisti.

"La distinzione basilare tra il bene e il male è stata messa in profondo dubbio dalla nostra cultura. Io invece persisto nella mia opinione che questa distinzione è la base per raccapezzarci nella vita, e questo traspare nettamente nel film", racconta durante un incontro con la stampa Zanussi, 69 anni, raffinato regista già premiato nel corso della sua lunga carriera in festival come Cannes e Venezia.

Così quando l'esilarante Konstanty - macchietta dei "nuovi ricchi" dell'Est-Europa, zar dei nostri tempi che tutto può (o crede di potere), vestaglia di seta a disegni cachemire, pelliccia d'ermellino e immancabile cigarillo in bocca che non abbandona nemmeno in sala operatoria - deve fare testamento e cerca di trovare il modo in cui la sua morte "faccia più male possibile al genere umano", decide di lasciare tutto ai decostruzionisti di Jacques Derrida.

"Volevo mettere a confronto due generazioni... sotto sotto prendo in giro proprio i post- modernisti - tra cui lo stesso Derrida, ndr -, io di sicuro non mi schiero dalla loro parte", racconta. "Non accetto alcuna forma di nichilismo di fronte alla realtà, rivendico la libertà di scegliere e l'importanza dell'idealismo come unica speranza del futuro", continua il regista, cui preme rappresentare con la sua "favola" il passaggio dal male al bene, la redenzione sempre "possibile".

Nel film - ultima pellicola presentata in concorso a Roma - non mancano i riferimenti più colti e il sottile intellettualismo di Zanussi, ma quel che prevale è senz'altro il grottesco, il riso che non consente mai allo spettatore di guardare in cagnesco Konstanty, troppo buffo per divenire paradigma del male, al massimo icona del kitsch. Né si riesce mai a provare vera pena per Stefan, così solo ma anche così goffo.

"A volte - conclude il cineasta - mi sembra che siamo talmente tormentati da lamentele, delusioni e tristezze che una tappa obbligatoria non può essere che il riso".

 
<p>Il regista polacco Krzysztof Zanussi a Venezia, il 4 settembre 2005. REUTERS/Alessia Pierdomenico</p>