Festival Roma, "Sangue dei vinti" non convince ma farà discutere

domenica 26 ottobre 2008 15:43
 

ROMA (Reuters) - Pochi applausi e molta insofferenza oggi al Festival del Cinema di Roma, per l'atteso film di Michele Soavi "Il sangue dei vinti", tratto dal bestseller di Giampoalo Pansa sull'Italia del '45 dilaniata fra partigiani e fascisti.

Per il giornalista-scrittore, che da sempre studia e scrive sulla "guerra civile" di quegli anni, il film con Michele Placido e Barbora Bobulova "comunque la si veda, è un contributo alla verità", in un'Italia "per niente pacificata ma ancora divisa in cui si combattono le rispettive memorie".

E senza dubbio la pellicola -- che sarà al cinema in febbraio e in tv su Raiuno in due puntate fra un anno -- non mancherà di far discutere, a destra quanto a sinistra, per la sua scelta di raccontare "la storia negata, quella dei vinti, di coloro che non ebbero una sepoltura e di cui non si sa più nulla", dice Pansa, secondo il quale sono circa trentamila i fascisti -- "non uso mai la parola repubblichini" -- passati per le armi dai partigiani e gettati in fosse comuni in Italia nei giorni seguenti la liberazione.

"Tutti i lavori intellettuali che cercano di aggiungere qualcosa alla completezza della storia sono un fatto positivo", spiega Pansa, definendo Alessandro Fracassi, produttore del film costato 9 milioni di euro, "un eroe".

"Quando ho saputo che aveva acquistato i diritti del libro, ho pensato fosse un pazzo. Il tema è spinoso e... il libro è una sequela, interminabile per quanto incompleta, di nomi e di orrori, un catalogo intraducibile in un film", aggiunge lo scrittore, dicendosi comunque soddisfatto della trasposizione cinematografica che "avrebbe meritato di essere in concorso qui a Roma, dopo essere stata anche respinta dal Festival di Venezia".

In effetti la pellicola -- che sulla carta, oltre al tema di per sé controverso e quindi accattivante, ha un cast che conta tra gli altri Alessandro Preziosi, Stefano Dionisi, Giovanna Ralli e Philippe Leroy -- non riesce mai a coinvolgere veramente lo spettatore, infastidito anche nei momenti più drammatici da dialoghi grondanti retorica, a metà tra "La Piovra" e "Il libro cuore".

Né regge la storia del commissario Dogliani -- un Placido nella cui interpretazione ogni tanto riaffiora il famoso Cattani di televisiva memoria -- lacerato tra fratello partigiano, sorella repubblichina e genitori invalidi un tempo fascisti, che finiranno per suicidarsi, ammazzarsi fra loro o nel migliore dei casi essere trucidati. E tantomeno il piccolo giallo che ruota intorno alle due sorelle gemelle Anna e Costantina (interpretate dalla Bobulova), espediente che serve al regista per riportare la storia a venti anni dopo, in un viaggio nella memoria che non funziona fino in fondo.

"Non avremmo potuto ripetere fedelmente il libro di Pansa", dice Soavi. "Ma lo spirito del suo scritto viene centrato in pieno, da autori e interpreti", sostiene il regista, che ha lavorato molto in tv. "Abbiamo rispettato il Pansa-pensiero, mostrando nel film che le cose nel '45 sono andate 'anche' in un altro modo".

"Se sono contento della realizzazione del film? di come è venuto? se mi basta?", esclama Pansa, ripetendo la domanda di una cronista in conferenza stampa. "Guardi io sono ottimista per natura, vedo sempre il bicchiere mezzo pieno. E le dico che conosco i miei polli... E in questo pollaio che è l'Italia di oggi il film mi basta, mi basta e perfino mi avanza....".