October 24, 2008 / 3:20 PM / 9 years ago

Festival Roma, sangue e storia in action-movie tedesco sulla Raf

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di Valentina Consiglio

ROMA (Reuters) - Dopo aver suscitato un aspro dibattito in Germania, "La banda Baader Meinhof" è sbarcato oggi, fuori concorso, al Festival del cinema di Roma, 155 minuti di storia e sangue sulla Raf che hanno tenuto giornalisti e addetti ai lavori inchiodati alle poltroncine in velluto rosso dell'Auditorium capitolino.

La pellicola di Uli Edel non dà risposte, non ci dice perché c'è stata quella stagione di terrore dal '67 al '77, che sconvolse la debole repubblica federale tedesca reduce dal nazismo. Non pretende di analizzare le motivazioni, le cause che spinsero i giovani membri della Rote Armee Fraktion dalle lotte studentesche alla clandestinità e alla violenza più brutale.

Non analizza, non trae giudizi: mostra, racconta. E raccontando, involontariamente, spiega.

"Il mio intento era quello di portare la gente sul terreno della realtà", afferma in conferenza stampa lo sceneggiatore e produttore Bernd Eichinger, che ha già prodotto, tra gli altri, "La caduta", film controverso sugli ultimi giorni di Adolf Hitler.

"Volevamo mostrare cosa sono stati quegli anni, cosa quegli uomini. Senza alcun intento didascalico. Al contrario, l'idea era quella di porre interrogativi senza dare risposte. Non volevamo un film didattico, né una moderna opera morale sul terrorismo in Germania".

Obiettivo centrato, grazie anche al solido ancoraggio al volume "Der Baader Meinhof Komplex" (1985) -- del giornalista, per anni direttore di der Spiegel, Stefan Aust -- ancora oggi considerato il più completo testo di riferimento sulla "guerra allo stato borghese e imperialista" orchestrata dalla Raf e da cui il film è tratto.

Nessun Giudizio, Nessuna Agiografia

La vicenda storica di Andreas Baader, Ulrike Meinhof, Gudrun Ensslin -- rispettivamente Moritz Bleibtreu, Martina Gedeck e Johanna Wokalek, tra i migliori interpreti del cinema tedesco del momento -- e dei loro seguaci non assume il tono di un paradigma nelle immagini di Edel che, nonostante il suo passato sessantottino, rifugge da ogni compiacimento o intento anche lontanamente agiografico, mostrando una maturità sorprendente, estranea a certa filmografia italiana sui nostri anni di piombo.

"A un certo punto del film diventa chiaro che non è possibile in alcun modo identificarsi con i protagonisti, che sprofondano progressivamente nell'orrore, da cool diventano spaventosi fino all'autodistruzione", sottolinea il produttore, ricordando che per un certo tempo c'è chi ne ha fatto delle "icone".

Né processo, né difesa, dunque, l'opera di Edel -- già noto al grande pubblico per la trasposizione cinematografica di "Christiana F. e i ragazzi dello zoo di Berlino" -- non dà giudizi morali, tantomeno politici. E' un protocollo, una cronaca degli eventi che ebbero il loro culmine nell'autunno tedesco del '77 col dirottamento e la successiva liberazione di ostaggi ed equipaggio dell'aereo Lufthansa 'Landschut', i suicidi in carcere dei leader della Raf e l'omicidio di Hanns Schleyer, presidente degli industriali tedeschi rapito dai terroristi.

Il tutto condito alternando filmati tv d'epoca in bianco e nero a immagini di rapine, attentati, giustizie sommarie, in un ritmo incessante di proteste, sangue e violenze -- sottolineate nei primi fotogrammi dalle musiche di un'icona degli anni 70 come Janis Joplin -- che ricorda più "Romanzo criminale" di Michele Placido che "Anni di Piombo" di Margarethe von Trotta, ma che non scade nella fiction nonostante gli attori "belli e dannati", ritrovando anche momenti d'introspezione, in particolare nelle scene in carcere della parte finale del film.

Azione, Azione, Azione. Ma Documentata

"Volevo evitare tutto quello che si potesse associare ad un film di genere. La chiave è l'autenticità, i francesi lo chiamano 'cinéma vérité', ci siamo basati in modo molto preciso su resoconti di testimoni, rapporti di polizia, anche per il numero di pallottole sparate. Non abbiamo esagerato con le sparatorie, abbiamo solo mostrato i colpi effettivamente partiti", racconta il regista parlando della realizzazione del film, annunciato come la pellicola tedesca più costosa della storia per via delle tante immagini di attentati ed esplosioni e scelta dai tedeschi per rappresentare quest'anno la Germania agli Oscar.

"Quando si ha a che fare con eventi storici nei quali alcune persone sono state uccise e altri sono diventati assassini il dovere del regista è quello di essere più preciso e documentato possibile", aggiunge, ricordando che anche per le riprese sono state usate soprattutto le locations originali.

"Poter girare il processo della RAF nel tribunale della prigione di Stammheim, ad esempio, ha dato a me e agli attori un senso di sicurezza. Gli interpreti si sono seduti sulle stesse panche su cui trent'anni fa erano seduti Ulrike Meinhof, Gudrun Ensslin, Andreas Baader e Jan-Carl Raspe. Noi per girare abbiamo interrotto un vero processo di terrorismo, un processo ad alcuni membri di al Qaeda", racconta, in un incrocio fra finzione e realtà che forse non è casuale.

Chi più nel film comprende i militanti della Raf è anche il loro più irriducibile cacciatore: Horst Herald (interpretato dall'ottimo Bruno Ganz), il capo delle forze di polizia che, se riuscì nella sua strenua caccia ai giovani terroristi, fu tuttavia profeticamente consapevole che la loro azione -- già a quei tempi collegata con il terrorismo arabo -- era solo la punta di un iceberg.

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