Domani a Roma William Gibson: fantascienza? Parla del presente

lunedì 26 maggio 2008 17:19
 

ROMA (Reuters) - Era la prima volta da "30 o anche 35 anni" che William Gibson rimetteva piede a Roma, e stavolta vi è giunto non da turista ma come autore di fama internazionale, per salire domani sera sul palco della basilica di Massenzio a leggere dal vivo un suo scritto.

Stamattina, l'autore che viene di solito definito "il padre del cyberpunk" respingendo puntualmente al mittente l'etichetta, ha incontrato i giornalisti in un ex oratorio borrominiano trasformato in "Casa delle Letterature" per discutere dei suoi ultimi libri -- è appena uscito da Mondadori "Guerreros" -- e di fantascienza.

E spiegare che la "science fiction" non parla del futuro, ma del presente, e che per lui è una "gran ficata" oggi raccontare "l'indicibile 21esimo secolo" con gli strumenti della fantascienza del secolo scorso, del '900.

Gibson, 60 anni, ha pubblicato il primo libro "Neuromante", nel 1984, ed è considerato, tra l'altro, l'anticipatore dell'esplosione di Internet e della realtà virtuale. Nella maggior parte dei suoi romanzi, trame complesse e dal linguaggio ricco di neologismi raccontano le metropoli di un futuro che vibra tra hi-tech e sottosviluppo, infestato da fantasmi tecnologici ma anche da quelli di antiche divinità.

Il suo ultimo romanzo, appunto "Guerreros" -- uscito nel 2007 come "Spook Country", che si può tradurre al tempo stesso come "paese delle spie" e "paese dei fantasmi" -- come il precedente "l'Accademia dei sogni" ("Pattern Recognition", 2003), è proiettato piuttosto nel presente post-11 settembre, e racconta di iPod usati per contrabbandare dati segreti, spie cubane, artisti di avanguardia che praticano il geo-tagging.

"Avendo passato a scrivere la mia versione del futuro per quasi un quarto di secolo, analizzare l'indicibile realtà del 21esimo secolo con gli strumenti della fantascienza del 20esimo secolo è la cosa più fica ("the coolest thing") che si possa fare", dice Gibson, alto, vestito in nero e beige, con ai piedi un paio di sneaker e uno zainetto da adolescente a tracolla.

MACCHINA DEL TEMPO

Lo scrittore -- nato in Carolina del Sud, ma che dagli anni 60, per evitare di essere arruolato per la guerra in Vietnam, vive a Vancouver, Canada -- spiega che una "lenta macchina del tempo" lo ha portato "finalmente" nel 21esimo secolo, e avverte che non solo la sua ma tutta la letteratura di fantascienza in realtà "non riguarda mai il futuro, ma parla sempre del presente, del momento in cui è stata scritta". Come, per esempio, "1984" di George Orwell parla in realtà del 1948, e del totalitarismo delle Russia stalinista.

Ma nell'incontro di oggi, Gibson è tornato anche a parlare del suo difficile rapporto col cinema ("Penso di aver avuto influenza sul cinema di fantascienza, ma i film più vicini ai miei scritti sono quelli che non hanno il mio nome nei titoli di coda"); ha negato di avere a che fare, letterariamente parlando, con un grande autore Usa di fantascienza a cui pure spesso il suo nome è stato accostato -- "Dick per me non funziona, non mi piace, eccetto che per "La svastica sul Sole" -- e ha spiegato ancora una volta che l'etichetta "cyberpunk" l'hanno inventata giornalisti e critici, e che lui non era affatto d'accordo.   Continua...

 
<p>William Gibson in una foto di Michael O'Shea. REUTERS/Hand Out</p>