Cina: chi disturba le Olimpiadi offende il popolo cinese

martedì 1 aprile 2008 08:17
 

PECHINO (Reuters) - I manifestanti che cercheranno di disturbare le Olimpiadi di Pechino offenderanno i cittadini cinesi che invece amano i Giochi: lo ha scritto oggi il Quotidiano del Popolo, il principale quotidiano cinese, mentre la torcia olimpica è partita da ieri per una staffetta internazionale che di sicuro provocherà nuove dimostrazioni.

Già prima che arrivasse ieri a Pechino, la fiaccola aveva attirato le proteste di coloro che protestano contro le limitazioni imposte ai dissidenti e ai media, la politica cinese in Darfur e la repressione in Tibet.

E ora, mentre la torcia sta compiendo il suo viaggio di 130 giorni nel mondo, nuove manifestazioni all'estero vengono date per certe. Ma il quotidiano scrive che "coloro che provocano guai" hanno valutato male lo stato d'animo del paese.

"Poche nuvole non oscureranno i raggi del sole, e pochi seccatori non rovineranno le attese del mondo per i Giochi Olimpici di Pechino", scrive il Quotidiano del Popolo, il giornale ufficiale del Partito comunista cinese.

"Se qualcuno pensa che le calde aspirazioni e le attese appassionate del popolo cinese rappresentino un'opportunità per fare qualche scherzo e 'inquinare' le Olimpiadi di Pechino, ha fatto grosso errore di calcolo".

La grande maggioranza dei cinesi sono orgogliosi di ospitare i Giochi ad agosto, indicano diversi sondaggi di opinione, ma anche interviste e dichiarazioni.

Ma alla cerimonia di accensione della torcia dello scorso fine settimana in Grecia, alcuni attivisti hanno fatto sventolare alcuni striscioni che condannavano le violazioni della Cina in fatto di diritti umani, e un piccolo gruppo di contestatori ha cercato di bloccare il passaggio della fiaccola nelle mani dei rappresentanti cinesi.

Oggi intanto la torcia olimpica è diretta in Kazakistan. Il suo ritorno a Pechino è previsto per il 6 agosto, dopo un lungo viaggio in Cina.

 
<p>Un momento della cerimonia di benvenuto della fiamma Olimpica a Pechino, il 31 marzo 2008. REUTERS/Claro Cortes IV</p>