Cavalli Sforza:gli italiani? Simpatici, ma non sanno collaborare

sabato 30 agosto 2008 10:26
 

ROMA (Reuters) - Gli italiani: simpatici e affettuosi, ma diffidenti e incapaci di collaborare, forse anche razzisti. Difetti da curare, fenomeni che bisogna imparare a evitare, come si impara a non rubare e a non uccidere.

Sono queste alcune delle riflessioni che Luca Cavalli Sforza, genetista di fama mondiale, ha affidato a "Italiani di Frontiera" (www.italianidifrontiera.com) - progetto multimediale dedicato a scienziati, ricercatori e imprenditori italiani della Silicon Valley, cuore dell'hi tech mondiale a sud di San Francisco - proprio nei giorni in cui lascia dopo 35 anni l'Università di Stanford, California, dove è professore emerito, per trasferirsi definitivamente in Italia, a Milano, dove insegna con il figlio Francesco all'Università Vita-Salute San Raffaele.

"Torno in Italia per vari motivi personali, poi in fondo l'Italia e' un Paese bello, si mangia bene, la gente e' simpatica e spesso affettuosa", ha detto sforza Cavalli.

"Purtroppo in Italia non siamo capaci di collaborare, di fare quello in cui gli inglesi sono così bravi, che e' il gioco di squadra. Gli inglesi hanno inventato quasi tutti gli sport popolari che sono giochi di squadra, in Italia non sappiamo farlo, non ci fidiamo, non siamo abituati a fidarci degli altri. E questi sono difetti che bisognerebbe riuscire a curare".

Nato a Genova 86 anni fa, Cavalli Sforza ha contribuito, con i suoi studi nel campo della genetica di popolazione, a togliere ogni fondamento scientifico alle tesi razziste, esaminando in particolare il fenomeno della deriva genetica, cioè della fluttuazione casuale della frequenza dei geni da una generazione all'altra.

"Le differenze per cui siamo bianchi o neri sono un po' stupide, non hanno nessuna importanza, magari perché noi mangiavamo grano in cui non c'è abbastanza vitamina D. Mentre le grandi differenze sono tra individui che compongono una qualunque popolazione", ricorda il professore a proposito dei suoi studi.

E riferendosi al nostro paese, ha aggiunto: "Siamo anche razzisti? Forse sì, ma il razzismo è un fenomeno universale. Bisogna imparare a evitarlo, come si impara a non rubare e non uccidere".

Nella sua lunga riflessione sulla sua carriera, l'Università, il paese che ha lasciato e quello in cui ha deciso di tornare, lo scienziato ha anche ribadito le proprie critiche al sistema dei concorsi nelle nostre Facoltà, che a suo giudizio non premia i più meritevoli ma gli allievi più vicini ai docenti.

"Se mettiamo in cattedra i nostri allievi perché continuino le nostre idee, le Università si fermano. Perché in questo modo non si portano novità ma roba vecchia, mentre bisogna accettare le idee nuove dimenticando quelle vecchie", ha affermato, aggiungendo che forse per le Università italiane il metodo migliore sarebbe che nei concorsi fossero dei professori stranieri a scegliere i nostri".