4 settembre 2008 / 15:28 / 9 anni fa

Venezia, la guerra come droga nel film della Bigelow

<p>La regista statunitense Kathryn Bigelow alla 65a Mostra del Cinema di Venezia.Max Rossi</p>

di Roberto Bonzio

VENEZIA (Reuters) - L'orrore e il pericolo estremo hanno un potere seduttivo. E' per questo che la guerra può diventare una droga, di cui non si riesce più a fare a meno.

E' quel che succede ad un reparto di specialisti dell'esercito americano in Iraq, che fanno il mestiere più pericoloso del mondo: disinnescare ordigni in azione di combattimento. Alta mortalità, missioni al limite. Eppure anche quel limite viene superato, quando a guidare la squadra arriva un sergente così spericolato e alterato dall'adrenalina da sembrare votato al suicidio.

Difficile usare la parola "eroismo" per i suoi gesti folli. Come attirato dalla vertigine di un baratro, lui reagisce al pericolo estremo sfidandolo in continuazione. Forse l'unico modo per convivere con l'ombra della morte. Ma è una strada senza ritorno. Perchè lontano da quel baratro la vita sembra non avere più senso.

Con "The Hurt Locker", oggi in concorso alla 65a Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, Kathryn Bigelow ha portato con coraggio sullo schermo uno spezzone inedito della guerra. Senza troppo indulgere in immagini visionarie di altri suoi film (Point Break, Strange Days), stavolta la scena è tutta al servizio della cronaca. Quella di cui è stato testimone Mark Boal, reporter di guerra in Iraq, che ha firmato la sceneggiatura. E che quei soldati drogati di guerra li ha incontrati e descritti nei suoi reportage. Immagini crude per un'indagine psicologica, sul campo, non a tavolino. Che a giudicare dalle prime reazioni all'anteprima per la stampa, farà storcere il naso a qualche intellettuale, a disagio col rigore di una descrizione di fatti che non comporti "messaggi".

Così, a un giornalista che le ha chiesto se non pensa di aver peccato un po' di benevolenza nel descrivere i soldati suoi connazionali, la regista americana ha risposto in modo tagliente: "Non credo che il personaggio del soldato dilaniato all'inizio del film le darebbe ragione...credo che ci sia una grande tragedia insita in ogni guerra e questa non fa eccezione. Volevo darne un volto più umano, far provare quello che i soldati provano e credo ci sia stata accuratezza e realismo alla base di tutte le immagini".

Una guerra che pur passando su giornali, tv e Internet non è vista e conosciuta abbastanza, dice la regista a proposito del conflitto in Iraq. Rilevando però una sempre maggiore consapevolezza nell'opinione pubblica. Ed esprimendo fiducia nei confronti del candidato democratico alla presidenza Usa Barak Obama, "l'unica persona al mondo che può far tornare a casa i nostri soldati".

Chi combatte in Iraq ha una caratteristica in più che lo distingue da chi dovette andare in Vietnam. Perchè i soldati oggi sono volontari, ha ricordato lo sceneggiatore.

"Molto della sceneggiatura si basa su esperienze dirette. Esperienze dirette che ho fatto io, oppure interviste a soldati che ci sono stati. E' un film principalmente di osservazione, polemico", ha detto il giornalista sceneggiatore.

"Dell'Iraq sappiamo che ci sono tragedie (provocate dalle bombe) ogni giorno. Quel che non sappiamo è che ci sono persone che cercano di affrontare questo compito di disinnescare le bombe. Era molto importante capirne il punto di vista psicologico. Se siamo riusciti a mostrare qualche scena di guerra in modo accurato, vuol dire che abbiamo raggiunto lo scopo".

PERCORSI DI FUGA NEL FILM ALGERINO "INLAND"

Un intreccio di storie di fuga: un topografo che sceglie di vivere quasi da eremita, dei ragazzi che vogliono imbarcarsi per l'Italia, una profuga africana che voleva lasciarsi per sempre alle spalle una patria senza futuro e invece è così esausta che vuole tornare a casa.

Una narrazione per immagini (talvolta un po' troppo insistite) con lunghi silenzi, quella dell'algerino Tariq Teguia che con "Inland" (Gabbia), altro film in concorso stasera a Venezia, ha saputo abilmente seguire questi percorsi attraverso zone poco conosciute del Paese nordafricano. Fuga costante da orrori e burocrazie ottuse, filo conduttore la solidarietà di sconosciuti, che aiutano disinteressatamente questa fuga che ha un profondo valore esistenziale.

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