3 giugno 2015 / 15:09 / tra 2 anni

SINTESI - Bce lievemente più ottimista su inflazione, delusa da crescita

* Da stime trimestrali staff conferma che programma ‘qe’ deve proseguire

* Finora nessun motivo per rimodulare importo acquisti

* Lieve miglioramento proiezione su inflazione 2015 ma ancora

* ben lungi da target

* Bce ha notato picchi volatilità, destinati ad aumentare

* Grecia tecnicamente economia sostenibile, basta giusta ricetta politica

MILANO, 3 giugno (Reuters) - Francoforte prende atto del modesto miglioramento della dinamica inflativa in atto a livello di zona euro, per quanto l‘obiettivo Bce resti ancora remoto, ma altrettanto fa nel caso della lieve perdita di slancio nella ripresa economica.

Lo mettono nero su bianco le stime trimestrali dello staff, su cui si concentrava oggi in particolare l‘attenzione degli ‘Ecb watcher’, e lo spiega alla stampa Mario Draghi dopo l‘ampiamente scontata conferma dei tassi.

Di fronte alla concreta, per quanto moderata, ripresa dei prezzi al consumo, in rialzo dello 0,3% il tasso di maggio, primo valore positivo da novembre ma anni luce dal ‘lower but close to 2%’ dell‘obiettivo Bce, i commenti del presidente non lasciano però spazio agli equivoci.

“Il tema della cosiddetta ‘exit strategy’ è molto delicato, non ne stiamo affatto dicutendo. Mi chiedo come possiate soltanto pensarlo a giudicare dall‘andamento dell‘inflazione, cui resta ancora una lunga strada”.

Ben prima che i numeri Eurostat lo giustificassero anche soltanto su un piano squisitamente teorico, alcune voci si sono come da paradigma levate dalla cosiddetta corrente dai ‘falchi’ per chiedere di rimodulare il ritmo degli acquisti.

Già in occasione del consiglio di aprile Draghi si era infatti trovato a dover rivendicare l‘opportunità e l‘effettiva efficacia del programma ultra-espansivo partito soltanto il 9 marzo scorso, la cui durata ufficiale è prevista “almeno” fino a settembre dell‘anno prossimo.

Francoforte si è addirittura mossa in direzione opposta - come anticipato da Benoit Coeure a metà mese - e la statistica diffusa l‘altroieri mostra che a livello complessivo, tenendo dunque conto di obbligazioni bancarie garantite e ‘Abs’, le sottoscrizioni Bce sono passate a maggio a 63 miliadi dai 60,3 miliardi di aprile.

Brevemente abbozzato un quadro lievemente più roseo per la dinamica dei prezzi al consumo - passa da zero a 0,3% la stima su quest‘anno ma restano invariate quelle sul biennio 2016/2017 - il presidente tocca però subito il tasto dolente su una ripresa che ha perso slancio, in qualche modo deludendo le attese della stessa Bce.

Per quanto secondo Draghi da attribuire a fattori esogeni, in questo caso un presunto deterioramento di aree economiche al di fuori dell‘unione monetaria, la diagnosi non può non preoccupare.

Lo confermano del resto l‘ultima lettura degli indici Pmi su manifattura e servizi, il deterioramento dei tedeschi Ifo e Zew o quello delle indagini Istat sulla fiducia di imprese e consumatori, per quanto ostico possa sembrare trovarne una relazione, diretta o indiretta, con il rallentamento della crescita Usa del primo trimestre.

Il presidente passa infine a commentare i recenti ‘picchi’ di volatilità motore della sensibile risalita dei rendimenti sul secondario, che procede in parallelo alla correzione dei listini azionari.

“Dobbiamo abituarci a un periodo di maggiore volatilità... quanto alle conseguenza che questo potrebbe avere sul nostro orientamento di politica monetaria, permettemi di dire che il consiglio è all‘unanimità del parere che occorra guardare al di là, mantenendo fermo il timone della politica monetaria”.

Sullo sfondo, la questione greca sempre più prossima al punto di deflagrazione e la consapevolezza che non sia ancora nemmeno iniziata la fase di ‘normalizzazione’ dei tassi Usa.

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