5 giugno 2013 / 08:48 / 4 anni fa

Manifattura, da 2007 distrutto 15% potenziale, -539 mila occupati - Csc

ROMA, 5 giugno (Reuters) - Dal 2007 nel settore manifatturiero l'Italia, che pure resta la settima potenza mondiale, ha perso circa il 15% della sua capacità produttiva, e ha visto andare in fumo 539 mila posti di lavoro.

E' quanto emerge dal rapporto sugli scenari industriali "L'alto prezzo della crisi per l'Italia" presentato oggi dal Centro studi Confindustria.

"La crisi ha già causato la distruzione di oltre il 15% del potenziale manifatturiero italiano, con una punta del 40% negli autoveicoli e cali di almeno un quinto in 14 settori su 22", sottolinea il Csc, spiegando che in questa situazione, per tornare ai livelli pre-crisi, non basterà un aumento della domanda ma occorrerà ricreare una considerevole parte della capacità produttiva.

Tra fine 2007 e fine 2012, il numero di imprese manifatturiere si è contratto di circa l'8,3%, con un saldo di -32 mila unità fra imprese nate e cessate. Nel periodo 2009-2012, le aziende che hanno chiuso i battenti sono quasi 55 mila.

Csc rileva che con la crisi, tra 2007 e 2012, "la caduta di occupati nel manifatturiero ha già raggiunto le 539 mila persone e superato le -490 mila rilevate tra il 1990 e il 1994, e rischia di superare quella registrata tra il 1980 e il 1985 (-724 mila)".

Il rapporto sottolinea invece l'importanza di puntare sul manifatturiero: secondo le stime di Csc, nei Paesi avanzati un aumento di un punto della quota del manifatturiero si associa infatti a un maggior incremento annuo del Pil di 1,5 punti percentuali.

IMPRESE SANE RISCHIANO FALLIRE PER CREDIT CRUNCH

Csc sottolinea che il credit crunch, con lo stock di prestiti che si è ridotto del 10,1% (-26 miliardi) tra 2011 e 2013, rischia di far fallire anche aziende sane.

"La perdita di prestiti lascia un vuoto difficile da colmare", spiega il rapporto. "Mette a rischio di fallimento anche aziende sane. E' essenziale rompere il circolo vizioso recessione-credit crunch e sviluppare canali alternativi di finanziamento".

Dal rapporto emerge che l'Italia "ha avuto l'andamento peggiore in termini reali, anche se a prezzi e cambi correnti mantiene ancora la settima posizione nella graduatoria globale dell'output industriale, seconda in Europa alla sola Germania, che vanta però una quota quasi doppia".

Il nostro Paese ha visto allargarsi il gap negativo coi principali concorrenti, e il costo del lavoro ha continuato a salire con il conseguente ampliamento della perdita di competitività. In questa situazione, per difendere le vendite, le aziende hanno sacrificato i margini.

(Antonella Cinelli)

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